⁠Alta moda: il carillon dorato che crolla col grande pubblico

Dalla nascita dell’haute couture ai social, la moda diventa critica globale, ma non sempre compresa dal grande pubblico.

⁠Alta moda: il carillon dorato che crolla col grande pubblico

Il combinato disposto di due eventi ha sparigliato l'universo dell'Haute Couture. Gli effetti sociali post Pandemia uniti all'esplosione dei social e alla comparsa dell’Intelligenza Artificiale, rendono tutto fruibile a  tutti in pochi secondi dall’uscita in scena delle modelle  sulla passerella. Ogni prodotto diventa però vecchio ancora prima di arrivare nella vetrina di un negozio. Ma soprattutto chiunque si può esprimere criticamente a riguardo: il rapporto con i fruitori ultimi ha subito un cambiamento radicale. Giudicano alla velocità della luce. Ma come si è arrivati a quella che nella sostanza è una riduzione degli intermediari culturali pressoché totale?

L’Haute Couture è un linguaggio che nasce prima di quanto si pensi, è il 1860 quando  Charles Frederick Worth fa sfilare i suoi modelli, per la prima volta, su donne in carne ed  ossa. Nasce così la prima sfilata e, per molto tempo, tra gli spettatori figurano solo clienti  affezionati e addetti ai lavori. Le cose iniziano a cambiare tra la fine della Seconda Guerra  Mondiale e gli anni ’60; si inizia a sentire il bisogno di nuova linfa ma soprattutto il  bisogno di esprimersi. La moda, grazie alla neonata indipendenza acquisita dalle donne, inizia ad avere un ruolo sempre più importante anche nel quotidiano. E’ così che ad un certo punto, le tendenze  disegnate e pensate dagli stilisti e quelle che appaiono per le strade iniziano a mescolarsi ed influenzarsi fino a diventare un tutt’uno.

Il vestiario diventa quindi un patrimonio universale per potersi esprimere, uno strumento non solo necessario per poter uscire di casa, ma capace di far trasparire il proprio pensiero sul mondo e su se stessi senza dover ricorrere a manifesti scritti, dipinti o di altro genere. La moda rende ognuno  capace di essere manifesto di se stesso e di ciò che pensa. 
La presa di posizione degli amanti del fashion system e delle sub-culture, è stata  possibile perché, conoscendo il linguaggio col quale si stavano esprimendo, sapevano in  che modo e quale messaggio veicolare tramite l’abbigliamento, il tutto finché il mondo  intero della moda, dal prêt-à-porter alla couture, non ha cominciato a confrontarsi e combattere con i social. 

Il sistema dapprima non risponde bene all'universo dei social, post iper-studiati, ma poco coinvolgimento da parte dello spettatore medio, finché non scoppia il Covid-19 e allora si  inizia più di prima a rendere pubbliche via social le nuove collezioni, a fare dirette ed a creare contenuti verticali - una mera trasmissione di contenuti, al posto di una condivisione che possa creare dialogo con lo spettatore e, al contempo, il cambio di rotta nel produrre materiale per i reel, quindi con la fotocamera verticale e non più orizzontale, cambiando il media di riferimento -. Il tutto non solo per il prêt-à-porter che può essere compreso dalla maggior parte del pubblico coinvolto, ma anche per quanto riguarda la couture, che svolge un ruolo ben diverso nel  sistema. Per quanto “nel bene e nel male, purché se ne parli” è un adagio che finisce per giustificare ogni cambiamento, forse non tutti si possono esprimere sulla realizzazione di creazioni che hanno una filosofia ed una ricerca che va oltre il meramente bello che diventa arte e critica alla società. 

L'ultimo esempio in ordine di tempo è la sfilata del 3 Marzo 2026 di Matières Fécales, casa di moda parigina fondata da Hannah Rose e Steven Raj nel 2025. I due artisti criticano i nuovi  standard e canoni estetici arrivando al grottesco, con donne deformate dal botulino, gatti umanoidi ricoperti di pellicce e contanti, altre modelle quasi soffocate da collane di perle, abiti che citano i più grandi artisti della couture mondiale; dal New Look di Dior, al tailleur di Chanel, alle giacche Yves Saint Laurent, alle spalline Balenciaga e ai dettagli di Rick Owens. Una sfilata il cui nome, “The One Percent”, la dice lunga sull'analisi critica che vuol fare. Tutto ciò viene visto dal mondo intero e non solamente dagli addetti ai lavori.

Viene  criticato senza venir capito. Manca il pensiero critico e lo studio dietro a ciò che viene messo in passerella, che non sono solamente le citazioni a livello di abiti, di estetica e trucco dove, per esempio, è stato strizzato l’occhiolino al ‘Casanova’ di Fellini. E’ importante che si torni a tracciare una linea, anche se sottile ma netta, tra ciò che tutti possono vedere e ciò che tutti possono comprendere a pieno.