Francescomaria Evangelisti, scrittore e funzionario pubblico, torna in libreria con La Cagione (Edizioni Efesto, 16 marzo 2026), romanzo storico che prende avvio nel 1936, alla vigilia della partecipazione italiana all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1937. Laureato alla Sapienza e dottore di ricerca in Teorie e Storia della Propaganda presso l’Università di Siviglia, dopo l’esordio nel 2024 con Il malgrado, ambientato nella Repubblica romana del 1849, con La Cagione l’autore porta il lettore nella seconda metà degli anni Trenta.
Il romanzo segue le vicende di una giovane romana e di un impiegato del sindacato fascista delle belle arti, incaricato di gestire la corrispondenza relativa al concorso per una statua monumentale e alla mostra destinata al padiglione italiano dell’Expo parigina. Attraverso questo punto di osservazione emergono ambizioni, rivalità e piccole miserie del mondo artistico e politico dell’epoca. La storia si intreccia con l’attenzione dell’OVRA e si sviluppa tra Roma, Milano e Parigi, seguendo le vicende italiane fino al dopoguerra.
La cagione non è un romanzo storico come molti altri, in questo nuovo libro così come ne Il Malgrado si nota il suo stile, a tratti rigorosissimo, in altri più umoristico e satirico: Lei ha una formazione accademica proprio sulla storia della propaganda, con una tesi codiretta anche da Emilio Gentile. In che modo questo percorso di ricerca ha influenzato il modo in cui ha costruito la trama e i personaggi del romanzo?
"La mia formazione è stata fondamentale per la ricostruzione degli ambienti e delle mentalità. Anche in questo caso tutto nasce da documenti e articoli di stampa d’epoca in cui mi sono imbattuto mentre cercavo tutt’altro. Materiale spesso inutile per una tesi o per un articolo accademico, ma preziosissimo per un romanzo come quelli che mi piace scrivere."
Il malgrado scaturì dalla denuncia di un viaggiatore inglese che dichiarò di essere stato aggredito da un bullo a via dei Condotti; La cagione invece nasce dalla supplica di un artista che tentò di farsi accettare un’opera utilizzando un titolo capace di funzionare con la nuova dimensione imperiale, del tutto scollegata dal contenuto.
La trama però va oltre il mondo dell’arte: la protagonista femminile non ha nulla a che fare con quell’ambiente e molti personaggi sono più preoccupati dal campionato di calcio o dalle conseguenze alimentari dell’autarchia che dalla scelta dei materiali per un busto del re."
Partiamo dal contesto storico: il romanzo è ambientato nel 1937, durante l’Esposizione Internazionale di Parigi. Che momento rappresentava quell’evento per l’Europa e perché lo ha scelto come scenario della storia?
"L’Expo del 1937 è un’edizione particolare. Nasce sull’onda del successo di quella che aveva consacrato l’Art Déco, ma nel frattempo il contesto geopolitico europeo è profondamente cambiato. L’esposizione diventa così una sorta di fiera campionaria dei modelli di Stato: l’Italia fascista, l’Unione Sovietica e la Germania nazista si presentano usando le migliori tecniche pubblicitarie.
Il tutto avviene a poche centinaia di chilometri dal fronte della guerra civile spagnola e in una Francia governata dal Fronte Popolare. Guernica viene esposto proprio nel padiglione della Repubblica spagnola, mentre il Vaticano ospita nei propri spazi la propaganda franchista. Quella che era nata come una celebrazione del progresso e della pace finisce quindi, per mano della Storia, per assumere tutt’altro significato."
Nel libro il protagonista è coinvolto nell’organizzazione della presenza artistica italiana all’esposizione. Perché ha scelto di raccontare questa vicenda proprio dal punto di vista di chi lavora dietro le quinte delle decisioni culturali?
"Oltre alle necessità dettate dalla trama, mi interessava mostrare come la collaborazione con il regime passasse anche attraverso questioni minime e compromessi quotidiani. Il ruolo del protagonista mi permetteva inoltre di far emergere un sistema di raccomandazioni, influenze e antipatie che era perfetto anche dal punto di vista narrativo.
La cagione non è però un romanzo sull’arte in senso stretto: l’arte è piuttosto un pretesto, un punto di ingresso per raccontare una storia che va oltre le cornici e i piedistalli e che si intreccia con le vicende e i personaggi delle città in cui si sviluppa."
La Cagione ha una trama che, a più voci, segue la storia italiana tra il 1936 e la fine della guerra, però entra soprattutto nel rapporto tra arte, istituzioni e rappresentazione nazionale. Quanto, in quel periodo storico, le scelte artistiche erano anche scelte politiche o simboliche?
"Esiste un’ampia e solida letteratura scientifica che ha analizzato da diversi punti di vista il rapporto tra arti e fascismo. A Roma, ma anche nel resto del territorio nazionale, abbiamo edifici e interi quartieri che testimoniano quanto questo legame fosse strutturale.
Il romanzo inizia in un momento in cui l’alleanza con Berlino non è ancora formalizzata e in cui gli artisti sono chiamati a interpretare “l’idea” e a mettersi al servizio dell’Impero. Molte opere di quegli anni sono ancora oggi visibili negli edifici pubblici, talvolta con modifiche successive.
Al contrario la statua equestre destinata a Parigi ebbe una storia diversa: dopo essere stata collocata nel 1938 davanti alla centrale di Ponte Gardena fu rinominata Genio del Lavoratore in epoca repubblicana e infine fatta saltare in aria nel 1961 da terroristi irredentisti locali. La testa è oggi esposta al museo dell’identità tirolese di Innsbruck. È un esempio piuttosto eloquente di come l’arte pubblica sia inevitabilmente anche una scelta politica e simbolica."
Nel romanzo compaiono episodi e riferimenti legati alle vicende artistiche dell’epoca, tra cui il caso del ciclo murale di Corrado Cagli presentato a Parigi. In che modo questa vicenda aiuta a capire le tensioni culturali di quegli anni?
"Alcune delle opere descritte nel libro non sono mai esistite, ma quello di Corrado Cagli è un caso reale. Il suo ciclo murale presentato a Parigi si salvò dalla distruzione e alcuni pannelli sono stati esposti anche negli ultimi anni.
Negli anni Trenta Cagli era un artista ebreo perfettamente integrato nel sistema culturale italiano. Proprio con il ciclo di Parigi entra però nel mirino di una parte della stampa e della critica italiana che guarda con sempre maggiore simpatia a Berlino. La situazione peggiorerà con le leggi razziali: Cagli tornerà prima a Parigi e poi negli Stati Uniti, da dove rientrerà in uniforme dopo aver partecipato alla liberazione del campo di concentramento di Buchenwald.
Mi ha sempre affascinato la sua storia e mi interessava che il lettore potesse essere stimolato ad approfondirla al di fuori del romanzo. Vale per Cagli come per molti altri artisti ed episodi citati nel libro."
Il titolo La Cagione richiama l’idea di una causa profonda degli eventi. Nel romanzo sembra emergere che dietro grandi decisioni ci siano spesso dinamiche meno visibili: scelte burocratiche, relazioni personali, compromessi. È questa la chiave con cui ha voluto raccontare quella fase storica?
"La cagione racconta come, non solo nell’arte o nella cultura ma nella vita quotidiana sotto un regime, decisioni enormi possano nascere da gesti minimi, non è certo una scoperta mia, ma mi interessava mostrarlo: dietro molte scelte che poi sembrano inevitabili o monumentali spesso si trovano circostanze minuscole, casuali o persino banali."
La Cagione
Francescomaria Evangelisti
Edizioni Efesto