Caso Fanpage, conto da 3,5 milioni dopo l’ispezione INPS. FdI: "Scandalo nello scandalo"

Non una semplice multa ma un maxi-accertamento sui contratti dei giornalisti. FdI: “Da sinistra non si è alzata alcuna voce a tutela dei lavoratori coinvolti"

Caso Fanpage, conto da 3,5 milioni dopo l’ispezione INPS. FdI: "Scandalo nello scandalo"

L’accertamento dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale nei confronti di Ciaopeople, società editrice di Fanpage.it, non è una semplice “multa”, ma un intervento tecnico sulla corretta determinazione dei contributi previdenziali dovuti per i giornalisti impiegati nella redazione.

Secondo quanto emerso, l’INPS avrebbe concluso un’ispezione ritenendo non corretta la base retributiva utilizzata per il calcolo dei contributi. Il punto non riguarda l’esistenza di contratti di lavoro, ma quale contratto collettivo debba essere assunto come parametro per determinare la contribuzione minima obbligatoria. In altre parole, l’Istituto avrebbe ricalcolato i contributi partendo dai minimi previsti dal contratto giornalistico ritenuto “comparativamente più rappresentativo”, rideterminando così l’imponibile e quantificando differenze contributive per diversi anni, oltre alle relative sanzioni civili per omissione o insufficiente versamento.

Nel settore dell’editoria coesistono infatti più contratti collettivi. Accanto al contratto storico Fnsi-Fieg, applicato tradizionalmente ai giornalisti della carta stampata e di molte testate digitali, sono stati negli anni utilizzati contratti alternativi sottoscritti da altre sigle sindacali e associazioni datoriali, in particolare nell’editoria online. Il nodo giuridico è se, ai fini previdenziali, l’INPS possa disconoscere il contratto applicato dall’azienda e imporre come riferimento retributivo quello stipulato dalle organizzazioni sindacali considerate maggiormente rappresentative.

Il fondamento normativo dell’intervento si rintraccia nel principio, più volte richiamato dalla giurisprudenza, secondo cui la retribuzione imponibile ai fini contributivi non può essere inferiore ai minimi stabiliti dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Se l’attività svolta dai lavoratori è riconducibile alla figura professionale del giornalista così come disciplinata dal contratto “leader”, l’INPS può assumere quel parametro come base per il ricalcolo.

Per l’azienda si apre ora la fase del confronto tecnico-giuridico. In casi analoghi, la difesa si concentra sulla piena validità formale del contratto applicato, sull’autonomia sindacale garantita dall’articolo 39 della Costituzione e sulla specificità delle mansioni effettivamente svolte. Se l’accertamento verrà impugnato, la questione sarà rimessa al giudice del lavoro, chiamato a stabilire quale contratto debba prevalere ai fini contributivi.

La vicenda ha già assunto anche un rilievo politico. Esponenti di Fratelli d'Italia hanno parlato di “scandalo nello scandalo”, sostenendo che sulla vicenda “da sinistra non si è alzata alcuna voce a tutela dei lavoratori coinvolti”. Secondo il partito di maggioranza, il caso dimostrerebbe l’esistenza di una doppia morale nel dibattito pubblico sul lavoro giornalistico e sulle condizioni contrattuali nelle redazioni digitali.

Al di là del singolo caso, la questione assume una portata più ampia. L’editoria digitale vive su equilibri economici fragili e su modelli contrattuali differenziati rispetto alla stampa tradizionale. Un orientamento consolidato dell’INPS nel senso del ricalcolo sistematico sulla base del contratto Fnsi-Fieg potrebbe incidere in modo significativo sui costi del lavoro di molte testate online, con effetti non solo contabili ma strutturali sull’organizzazione del settore.

Non si tratta quindi soltanto di un contenzioso contributivo, ma di un passaggio che tocca la rappresentatività sindacale, la concorrenza tra modelli contrattuali e il futuro assetto del lavoro giornalistico nell’ecosistema digitale.