In Colombia il dibattito economico si è trasformato in un confronto politico aperto. Il presidente Gustavo Petro ha messo al centro dell’agenda due questioni strettamente collegate al potere d’acquisto delle famiglie: l’aumento dei prezzi della carne bovina e il decreto che ha fissato per il 2026 un incremento del salario minimo del 23,7 per cento.
Secondo Petro, l’inflazione mensile di gennaio si è attestata intorno allo 0,25 per cento, con un tasso annuo vicino al 5 per cento. In questo quadro, il presidente respinge l’idea che l’aumento del salario minimo sia responsabile delle pressioni inflazionistiche. A suo giudizio, la dinamica dei prezzi è legata piuttosto a fattori specifici, tra cui l’aumento dei tassi di interesse, la carenza stagionale di alcuni prodotti agricoli e soprattutto l’impennata del prezzo della carne bovina, cresciuta di circa l’11 per cento su base annua, più del doppio rispetto all’inflazione generale.
È su questo squilibrio che il capo dello Stato ha annunciato un possibile intervento normativo. Petro sostiene che il prezzo della carne debba essere correlato al mercato interno colombiano e non determinato prevalentemente da dinamiche esterne o dall’export. L’obiettivo dichiarato è evitare che le famiglie subiscano aumenti sproporzionati su un bene essenziale nella dieta nazionale. Un intervento in questo settore, tuttavia, tocca interessi rilevanti della filiera bovina e potrebbe incidere sugli equilibri tra produzione destinata al consumo interno ed esportazioni.
Parallelamente si è aperto il fronte istituzionale sul salario minimo. Il decreto governativo che stabiliva un aumento del 23,7 per cento per il 2026 è stato sospeso in via provvisoria dal Consejo de Estado, il massimo organo della giustizia amministrativa colombiana. Il tribunale ha ritenuto che l’incremento non fosse supportato da una giustificazione tecnica sufficiente in rapporto ai parametri economici previsti dalla normativa, in particolare inflazione, produttività e condizioni generali dell’economia.
Per il governo si tratta di una misura sociale necessaria per proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori in un contesto di aumento dei prezzi dei beni primari. Per i critici, un incremento così marcato rispetto al tasso di inflazione potrebbe generare effetti collaterali, come pressioni sui costi delle imprese e rischi per l’occupazione formale, soprattutto nelle piccole e medie aziende.
La strategia di Petro è chiara. Da un lato difende l’aumento salariale come strumento di redistribuzione e stimolo alla domanda interna. Dall’altro propone un intervento sui prezzi della carne per impedire che dinamiche settoriali erodano i benefici dell’incremento retributivo. Le due misure sono legate da una stessa logica politica: impedire che l’inflazione reale percepita dalle famiglie neutralizzi l’effetto dell’aumento del reddito nominale.