Fine della maledizione: Milano Cortina incorona i portabandiera

Per la prima volta tutti e quattro gli alfieri azzurri salgono sul podio: il tabù olimpico si dissolve tra ori e bronzi

Fine della maledizione: Milano Cortina incorona i portabandiera

Per anni è stata poco più di una suggestione, una narrazione costruita a colpi di coincidenze e occasioni mancate. La si chiamava “maledizione dei portabandiera”: l’idea che guidare la delegazione italiana nella cerimonia d’apertura portasse con sé un peso simbolico capace di complicare, se non compromettere, la corsa al podio. A Milano Cortina 2026 quella storia si è chiusa.

Il sigillo definitivo è arrivato con il bronzo conquistato dall’Italia nella staffetta maschile 4x7,5 km di sci di fondo. Tra gli azzurri c’era Federico Pellegrino, 35 anni, valdostano di Nus, uno dei volti scelti per portare il tricolore nella cerimonia inaugurale diffusa tra le diverse sedi olimpiche. Con quella medaglia diventa il quarto portabandiera su quattro a salire sul podio in questi Giochi.

Prima di lui avevano già fatto la loro parte Arianna Fontana, oro nello short track e sempre più primatista olimpica con 13 medaglie complessive in carriera, Federica Brignone, dominatrice tra gigante e SuperG, e Amos Mosaner, ancora protagonista nel curling dopo i successi delle edizioni precedenti. Nessuna eccezione, nessun rimpianto: tutti a medaglia.

Ma da dove nasceva questa presunta “maledizione”? Il meccanismo è noto. Il portabandiera non è un atleta qualunque: è un simbolo, spesso un campione affermato, talvolta a fine carriera o comunque sotto i riflettori come punto di riferimento della spedizione. Quando in quell’edizione dei Giochi non arriva il podio, il contrasto tra attesa e risultato diventa narrazione.

Era accaduto a Federica Pellegrini a Rio 2016, chiusura olimpica senza medaglie dopo una carriera straordinaria. Era successo anche a Gianmarco Tamberi a Parigi 2024, in un’Olimpiade segnata da difficoltà tecniche e dall’episodio della fede nuziale smarrita durante la cerimonia sulla Senna. Ai Giochi invernali si ricorda il caso di Giorgio Di Centa a Vancouver 2010: già doppio oro a Torino 2006, non riuscì a ripetersi nell’edizione in cui aveva guidato la delegazione.

Col tempo, questi episodi hanno alimentato la sensazione che il ruolo simbolico potesse pesare più del previsto. In realtà le spiegazioni sono quasi sempre tecniche: cicli agonistici in fase calante, concorrenza internazionale cresciuta, piccoli infortuni, pressione mediatica amplificata. Ma lo sport vive anche di simboli, e la fascia tricolore finì per diventare, nell’immaginario, una responsabilità scomoda.

A Milano Cortina la narrazione si è ribaltata completamente. Il tricolore non ha sottratto energie, non ha distratto, non ha appesantito. Al contrario, è sembrato un moltiplicatore di motivazioni. Quattro portabandiera, quattro medaglie: un dato che non è soltanto statistico, ma simbolico. Se una “maledizione” era stata costruita, qui è stata definitivamente archiviata.