Pellicole cult come Il tempo delle mele (1980), L’attimo fuggente (1989), Trainspotting (1996) e Come te nessuno mai (1999) sono solo alcuni esempi di come un tranche de vie possa essere trasposto da chi l’ha vissuto, nel momento più vicino a quando accade, così da cogliere appieno l’essenza di quel dramma, di quelle sensazioni, che siano piccoli dubbi amorosi, come succede a Vic con Mathieu ne Il tempo delle mele, appunto, o che ci narri di come una dipendenza possa entrare fino nelle ossa, fino a deragliare, come succede invece in Trainspotting, oppure il volersi sentire parte di qualcosa, come succede in Come te nessuno mai.

Questi film divenuti ormai piccoli capolavori generazionali che raccontano storie di vita, vissuti e dubbi esistenziali sono accomunati da un unico filo rosso, il narrare il più verosimilmente possibile uno spaccato di vita, con i suoi momenti morti, con le ingiustizie ed i lati negativi, gli errori ed i risvolti più o meno positivi. Per un lungo periodo, dagli anni Sessanta fino agli anni Novanta, il cinema è riuscito a rappresentare vicende del genere: la vita per quello che è, mentre oggi sembra che questo neo-neorealismo sia scomparso.

Le commedie e i film drammatici che vengono proposti, parlano sempre e solo di un tipo umano e della sua vita, borghesi di mezz’età, annoiati e appartenenti ai salotti bene, perché i film vengono scritti e diretti, proprio da chi appartiene a questa categoria e da sempre, l’uomo, scrive e descrive ciò che conosce.
Andando incontro ad una mancanza di rappresentazione, la generazione nata dal 1995 in poi ha ben pochi esempi di lungometraggi che parlino delle loro emozioni, di quello che pensano, delle paure e delle pressioni che sono costretti ad affrontare, dalle più banali che magari sono le paturnie d’amore, alle più complesse che sono la pressione sociale di non riuscire ad avere un futuro. Questo microcosmo emozionale in molti film viene ridotto ad un personaggio quasi muto che rimane immobile a fissare il telefono e che, nel momento in cui l’oggetto viene meno, scatta in preda all’isteria.

Ogni generazione ha bisogno di vedere ritratti i propri "drammi", cosicché vederli possa diventare un processo catartico, meglio se ideato da chi prova o ha appena provato quel disagio, da chi sa cosa significa stare con gli amici nonostante un telefono, da chi sceglie comunque un tavolo di plastica, quattro sedie, un mazzo di carte e una birra, accompagnato da dubbi, risate e riflessioni. Non da chi, invece, vede in una nuova generazione solo la possibilità di un racconto dove i protagonisti sono unicamente una macchietta, e al centro dell'inquadratura un bambino cresciuto con in mano il suo giocattolo.