Tra consegne in bici elettrica, turni estenuanti e paghe che sfiorano la soglia della povertà, la vita dei rider di Glovo finisce sotto la lente della giustizia. La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza di Foodinho Srl, la società che gestisce la piattaforma, per l’ipotesi di caporalato aggravato su circa 40mila lavoratori in tutta Italia, di cui 2mila solo nel capoluogo lombardo. Il decreto, che dovrà essere vagliato da un gip entro 10 giorni, segna un nuovo e drammatico capitolo della battaglia sul lavoro nella gig economy.
Secondo l’inchiesta, molti rider percepiscono compensi inferiori fino al 77% rispetto alla soglia di povertà e quasi l’82% sotto i contratti collettivi di settore, violando l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce una “esistenza libera e dignitosa”. I lavoratori raccontano turni massacranti fino a 12 ore al giorno, penalizzazioni per ritardi e guadagni medi di 800-900 euro al mese. Molti di loro, stranieri e in condizioni di bisogno, continuano a lavorare nonostante le difficoltà, cercando di mandare soldi ai propri Paesi d’origine.
Il pm Paolo Storari ha iscritto nel registro degli indagati l’amministratore unico Miquel Oscar Pierre e la società stessa, ritenuti responsabili di aver sfruttato i rider approfittando dello stato di bisogno. Le testimonianze raccolte dai carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro descrivono un quadro di sorveglianza costante, geolocalizzazione h24 e pressione continua sulle performance.
Ma la drammaticità del caso non è solo legale: riapre il dibattito sulla regolazione del lavoro nella gig economy. La soluzione, secondo esperti e direttive europee, non è nella repressione giudiziaria, ma in regole moderne che bilancino autonomia e diritti: compensi minimi, assicurazioni e limiti al potere algoritmico.
Il caso Glovo diventa così simbolo di un mondo del lavoro in crisi, dove la tecnologia incontra la precarietà e la politica è chiamata a intervenire prima che la libertà dei lavoratori si trasformi in esclusione dal mercato.