Hamnet o Hamlet è il nome intercambiabile all’epoca in cui le vicende narrate nel film sono accadute.
Cholé Zhao traspone su pellicola la storia tratta dal romanzo omonimo Hamnet - Nel nome del figlio di Maggie O’Farrell, del 2020.
La regista dirige e traspone in maniera esemplare la vicenda, tanto da regalare al pubblico non un film, ma un quadro continuo, un’opera d’arte in perenne movimento, ogni inquadratura è visivamente equilibrata, senza mai stancare, composta a regola d’arte nei minimi dettagli.
Il racconto narrato è la vicenda umana di William Shakespeare, Agnes Hathaway e dei loro tre figli; in particolare di Hamnet, l’unico maschio, e di come, la sua morte abbia rotto gli equilibri familiari e abbia portato il Bardo a scrivere una delle sue più grandi tragedie, l’Amleto.
L’opera non è solo tragedia ma catarsi, un processo di liberazione e purificazione per gli spettatori e per l’autore una condivisione della sofferenza causata dal lutto di un padre per la morte prematura di un figlio amato.
Un lungometraggio che merita almeno una visione, non solo per la narrazione e per la bellezza delle immagini, ma anche, per l’interpretazione magistrale degli attori. Jessie Buckley è perfetta, non a caso ha vinto l’Oscar come miglior attrice per questa performance, forse la sua migliore interpretazione, c’è poi Paul Mescal che dà, di nuovo, prova della sua poliedricità e poi, per finire, Emily Watson che non ha bisogno di presentazioni e dà di nuovo prova delle sue straordinarie capacità attoriali.
Un’opera magistrale, intima, straziante e commovente che lascia il cuore pieno di consapevolezze.
Hamet - Nel nome del figlio quando la perdita diventa opera d’arte
Zhao firma un dramma visivo intenso: il lutto familiare diventa arte, tra immagini raffinate e interpretazioni di altissimo livello