“All’improvviso”, il tempo diventa relazione: arte e psicoterapia nel cerchio del gruppo

Intervista a Nicole Guido, Fabiana Albanese e Michele Battuello sull’esperienza collettiva che trasforma la visione in connessione

“All’improvviso”, il tempo diventa relazione: arte e psicoterapia nel cerchio del gruppo
Nicole Guido, Fabiana Albanese e Michele Battuello.

Un cerchio, uno spazio condiviso, un tempo che smette di scorrere in solitudine per diventare esperienza comune. È da qui che prende forma “All’improvviso: Il Tempo del Sé nel Cerchio del Gruppo”, l’evento che unisce arte contemporanea e psicoterapia in un dialogo inedito e profondamente umano.

All’interno della mostra All’improvviso, la performance OpenToTheInsideOut rompe la tradizionale distanza tra osservatore e opera, invitando il pubblico a entrare fisicamente ed emotivamente nello spazio. Non più spettatori isolati, ma parte attiva di un processo, dove le immagini diventano stimolo, cortocircuito, occasione di confronto.

Ne abbiamo parlato con Nicole Guido, Fabiana Albanese e Michele Battuello.

Cosa significa, in pratica, trasformare la psicoterapia in “mediazione culturale”?

"OpenToTheInsideOut e’ un progetto che nasce all’interno di sottocorrente con l’intento di riportare la relazione umana al centro. Si tratta di una performance di gruppo aperta al pubblico che utilizza l’arte come stimolo per rompere l’isolamento dell’esperienza soggettiva e trasformarla in condivisione collettiva. In questo contesto la psicoterapia ha modo di uscire dai setting tradizionali. Si mette a “nudo” abitando musei e spazi pubblici per fare 'mediazione culturale'"

In che modo l’arte contemporanea diventa un ponte verso l’interiorità dei partecipanti?

"L’obiettivo del progetto e’ quello di rendere l’arte un ponte accessibile verso l’interiorità, trasformando le opere in veicoli di emozioni che, una volta condivise, diventano materia viva per il benessere individuale e collettivo. Il gruppo e’ aperto a tutti l’unica azione richiesta e’ entrare nel cerchio e sedersi per tutto il tempo che si desidera".

Che ruolo ha il gruppo nel trasformare un’esperienza individuale in un processo condiviso?

"L'arte contemporanea sembra che crei uno spazio quasi di sospensione, nel quale non è necessario comprendere subito che cosa si sta vedendo, a differenza di altre forme più figurative di arte, ma basta stare e quindi già in un primo momento entrare in relazione, prima con l'opera stessa. Proprio questa apertura, questo momento, che può contenere ambiguità, evocazioni, permette appunto ai partecipanti poi di attivare un dialogo anche con se stessi, con il proprio mondo interno. Molte opere, infatti, sono proprio una superficie bianca, poi quasi di proiezione, possono facilitare emergere di immagini, emozioni, pensieri personali. Spesso ci capita davanti a un'opera di avere una reazione a volte immediata e di dire ma non so perché, ma qualcosa mi tocca, ma forse un po' mi angoscia, mi piace, anche se non so perché. È proprio già in questa prima sensazione, in questo primo contatto, che si apre il ponte verso l'interiorità"

Quale cambiamento concreto sperate di generare passando dal bisogno al desiderio?

"Venerdì alla fondazione Dark, il cambiamento che inseguiamo è lo sconfinamento. Vogliamo che il gruppo smetta di essere un insieme di bisogni individuali e isolati per diventare un corpo che desidera collettivamente. Spesso arriviamo carichi di sospesi affettivi che ci tengono fermi e ripiegati su ciò che ci manca. In Open to Inside Out, l'incontro con l'opera d'arte di Aneta Grzeszykowska serve a sciogliere questi blocchi. Il desiderio che speriamo di generare è una forza che ognuno porterà fuori da quel cerchio per riversarla nella propria vita personale e, il più possibile, speriamo, sociale. Non più una ricerca di cura per ciò che non va, ma un dispiegamento di nuove possibilità di esistenza immaginate e costruite insieme"

⁠Cosa rende l’evento del 20 marzo un’esperienza unica nel modo di vivere insieme arte, psicoterapia e relazione?

"L'unicità di questo evento risiede nell'irripetibilità di ogni incontro umano. Quindi ogni gruppo è un organismo vivo che non si manifesterà mai due volte allo stesso modo. Ma abbiamo anche un obiettivo più profondo, come sottocorrente: vogliamo abbattere i confini tra le discipline. Troppo spesso il mondo dell'arte, della psicoterapia, della filosofia e di tante altre materie, chiamiamole discipline cosiddette umanistiche, si muovono un po' come monadi isolate, chiuse in logiche di potere e in individualismo che ne soffocano il vero potenziale. Ci sentiamo parte di un cammino iniziato chiaramente non da noi, ma da molti colleghi prima di noi, artisti, pensatrici che hanno tentato di scardinare le barriere dell'espressione umana. Oggi ci piace chiamare queste pratiche antirelazionali. Non conta più solo il singolo linguaggio, che sia la parola clinica, il gesto performativo, l'opera visiva, ma la capacità di creare connessioni. Mettere insieme queste sensibilità significa liberare la creatività umana da etichette e riscoprire finalmente la dimensione comune e collettiva".