Pino Calabrese, lei interpreta un testo di teatro civile dove il protagonista non é Aldo Moro come ci si aspetterebbe, anzi lo statista appare quasi come un personaggio sullo sfondo. Questo lo rende un testo unico nel panorama teatrale almeno per la scelta del punto di vista, quello del suo caposcorta il maresciallo dell’Arma dei Carabinieri Oreste Leonardi. Ma cominciamo dall’inizio. Dove si trovava il 16 marzo 1978 alle 9 circa del mattino quando Moro viene rapito?
Quando Patrizio J. Macci, autore del testo, nell’ormai lontano 2008 mi propose di portare in scena un monologo che, attraverso il racconto dell’ultima parte di vita di Aldo Moro, parlasse inevitabilmente anche di quanto si muoveva intorno a lui, fui entusiasta di accettare la proposta. Nonostante la voglia di entrambi di riuscire a dar vita a uno spettacolo compiuto in tempi abbastanza brevi, “l’Ombra di Aldo Moro” vide la luce solamente nel 2018 in occasione del quarantennale della strage di via Fani. Gli anni di gestazione però non passarono invano, servirono difatti a chiarirci le idee su quello che effettivamente volevamo dire e a definire anche ciò che non volevamo fare. Non sono stati allestiti molti spettacoli su Moro da quando fu rapito e in seguito ucciso, il tema era e resta scivoloso. Ricordo “Con il vostro irridente silenzio” di Fabrizio Gifuni, che si concentra esclusivamente sulla parte che riguarda le lettere scritte dal Presidente durante icinquantacinque giorni della sua prigionia, settimane che segnarono profondamente la storia della nostra Repubblica. Il nostro spettacolo invece, come accennato nella domanda, è un excursus anche politico degli ultimi anni di vita del Presidente, ma visti con gli occhi di una figura speciale: quelli del suo caposcorta e guardia del corpo personale Oreste Leonardi, la sua ombra appunto.

Per venire alla domanda, del 16 marzo del 1978 ho un ricordo preciso: alle nove del mattino ero a casa di una mia collega di università a studiare per un esame che avremmo dovuto sostenere pochi giorni dopo. La notizia del rapimento di Moro, ma soprattutto della strage dei cinque uomini della sua scorta, segnò profondamente non solo la mia generazione, ma fu un vero punto di svolta della storia italiana e internazionale. Il big bang della Repubblica Italiana del dopoguerra, così come scrisse Francesco Merlo in un editoriale pochi mesi dopo la drammatica vicenda.
Perché ha scelto proprio questo testo, alle cronache risulta la sua presenza nel film di Martinelli Piazza delle Cinque Lune dove interpreta un passante a via Fani. È solo una coincidenza?
La mia partecipazione a “Piazza delle cinque lune” di Renzo Martinelli risale al 2003, nel film interpretavo l’Ingegner Marini, un professionista che proprio la mattina del 16 marzo 1978, mentre si recava al lavoro, per una coincidenza fortuita si trovò a passare all’incrocio di via Fani con via Stresa esattamente nel momento in cui la finta squadra di piloti, vestiti con le divise dell’Alitalia, fecero fuoco sulle vetture che conducevano il Presidente Moro a Montecitorio. Assistette praticamente a tutto lo svolgersi del rapimento e le sue testimonianze permisero di individuare tra le persone del commando anche Mario Moretti colui che, con Curcio e Franceschini che erano in carcere, dirigeva le fila delle Brigate Rosse. Il caso ha voluto che poco dopo aver visto il film, da appassionato quale era, Macci incontrandomi una mattina per strada mi fermasse per complimentarsi con me. Dopo un po’ che parlavamo, mi propose di collaborare allarealizzazione e alla messa in scena del testo che sarebbe diventato “L’Ombra di Aldo Moro”.

Sono quasi dieci anni che lei porta in giro questo spettacolo per l’Italia. Ci saranno stati sicuramente dei momenti post spettacolo che l’hanno fatta saltare sulla sedia. Qualcuno le ha raccontato eventi inediti o reazioni avvenute il giorno del rapimento che l’hanno colpita?
Se devo essere sincero non ho vissuto momenti che mi abbiano sorpreso, posso però dire di averne vissuti molti di vera commozione perché lo spettacolo ha situazioni emotive molto forti, soprattutto sul finale, quindi gli spettatori mi fanno sempre sentire quanto ne siano stati toccati. Tra tante repliche però, è giusto ricordi il giorno in cui ho avuto il piacere e l’onore di recitare di fronte al figlio di Leonardi, Sandro, e alle massime cariche dei Carabinieri: è stato emozionante ed indimenticabile. Ci tengo però a dire che in realtà lo spettacolo, situato a metà fra il reading e l’affabulazione con il pubblico, non è solo toccante ma offre pure momenti di leggerezza in quanto rende partecipe lo spettatore di aspetti curiosi ed in parte anche divertenti circa la vita segreta dei membri delle BR, piccoli aneddoti che la storia ufficiale non ha spesso messo in luce. Tutto ciò è raccontato attraverso episodi inediti, storie poco note, stralci fedelmente estrapolati dai vari manuali delle BR sequestrati nei covi scoperti. Voglio aggiungere che ogni persona che ha visto lo spettacolo ha saputo regalarmi, e di questo ho fatto tesoro, impressioni personali e ricordi su quegli anni. Invece i più giovani hanno espresso sempre curiosità intorno agli anni di piombo, a quel periodo che ha rappresentato un vero spartiacque nella nostra recente storia politica.
I cinquant’anni dal giorno del sequestro sono dietro l’angolo. Vede negli anni un cambiamento nelle reazioni degli spettatori?
“L’Ombra di Aldo Moro” oramai viaggia anche esso verso il decennale e sono orgoglioso di averlo presentato in moltissime città d’Italia. Spero di poterlo rappresentare ancora nel 2028, anno appunto in cui ricorrerà il cinquantesimo della strage. Lo spettacolo vuole soprattutto ricordare quanto sia importante la memoria del nostro passato recente. Il desiderio dell’autore, e mio personale, è di riuscire a imprimere nei più giovani il senso di momenti fondamentali della nostra Storia, e soprattutto far sapere chi fosse, aldilà dei ricordi di pochi, Aldo Moro: un politico grazie al quale, senza lamorte prematura e violenta cui è andato incontro, la politica in generale e il futuro dell’Italia politica in particolaresarebbero cambiati per sempre. Ma anche ricordare però, a tutti quelli che quegli anni li hanno vissuti, che gli uomini, tutti, e non solo quelli che fanno la Storia ma che sono vissuti e morti ai margini della Storia stessa, hanno un nome e un cognome, una famiglia che li ha pianti, e che la loro vita, così come la loro morte, è stata altrettanto importante. Questo punto, devo dire, appare chiaro agli spettatori la cui reazione negli anni non è cambiata.
Lei sta lavorando anche a un testo su uno dei fondatori delle Brigate Rosse ancora inedito. Può anticipare qualcosa?
Il testo dovrebbe far parte del trittico di Teatro civile alla cui composizione con Patrizio Macci ci eravamo riproposti di arrivare fin dai primi momenti della scrittura de “L’Ombra di Aldo Moro”. Successivamente è arrivato “Tortora, una storia semplice”, l’altro monologo che porto in giro per i teatri da sette anni. Si tratta dunque della terza tessera di un puzzle che ha avuto, anche per la difficolta relativa alle ricerche storiche, una gestazione difficile. Ma ormai, dovremmo esserci. Il titolo è “Gli occhi di Margherita” e affronta la storia di Margherita Cagòl detta “Mara”, il nome di battaglia adottato quando entrò nel nucleo primigenio delle Brigate Rosse. Figlia di famiglia popolare trentina, iscritta all’ateneo di Sociologia, sposò Renato Curcio, altro capo storico delle BR, e con lui insieme al terzo sociologo del gruppo Alberto Franceschini, diede vita al primo nucleo delle BR che tanto sconvolse la politica in quei difficili anni ‘70. Dico che siamo quasi in dirittura di arrivo perché credo che il prossimo autunno possa vedere la luce anche questo lavoro che contiene molte novità su una storia che, anche alla luce delle ultime notizie sulla vicenda della cascina Spiotta, il luogo dove in uno scontro a fuoco con i Carabinieri Mara Cagòl trovò la morte, richiede nuovi approfondimenti e letture aggiornate.

Teatro SPAZIO 45
Sabato 21 febbraio ore 21
Domenica 22 febbraio ore 18
Info e prenotazioni 338 5682214