Una presa di distanza chiara e precisa dai “criminologi mediatici” firmata dalla Società Italiana di Criminologia SIC) con un comunicato stampa di dieci pagine a firma del suo presidente, professor Filippo Verde. Il bersaglio sono i soggetti, spesso con percorsi professionali “discutibili”, che impazzano in alcune trasmissioni televisive o sui social raggiungendo milioni di persone con le loro analisi. Processano, assolvono, ricostruiscono cold case, si avventurano nella simulazione di vere e proprie indagini alternative, un’attività che alimenta paura e desiderio di vendetta. Le parole del comunicato pesano come macigni, in alcuni passi salienti tratteggiano lo Stato delle Cose e le derive in corso:
“Figure che compaiono in televisione e sui social per commentare casi penali, formulare diagnosi a distanza e invocare condanne: nonostante si professino tali, non sono criminologi, perché la loro attività riguarda soprattutto le indagini su autori di reato ignoti ed è apparentata prevalentemente con le scienze di polizia e dell’investigazione.
La notorietà dei criminologi mediatici è un prodotto dell'ecosistema digitale:
internet e i social network premiano le voci più semplici e più emotivamente
cariche, non le più competenti. Alcuni si spingono poi a criticare pubblicamente
l'operato dei giudici, sovrapponendo il giudizio mediatico a quello giudiziario.
La Società Italiana di Criminologia, ritenendo le attività dei criminologi
mediatici prive di fondamento scientifico, lesive della reputazione della
disciplina e in contrasto con i valori costituzionali, in cui invece essa si
riconosce, e consapevole della propria responsabilità pubblica, intende
pubblicamente impegnarsi in una più diffusa divulgazione delle scienze
criminologiche fondate sulla ricerca e rispettose dei diritti di tutti — autori di
reato, vittime, comunità.
Ed è proprio il contenuto dell’attività dei criminologi mediatici a destare la
preoccupazione più grave. Le trasmissioni televisive dedicate ai casi penali — come documentato, oltre che dalle modalità e dallo stile dei c.d. “criminologi” che si presentano sui media, anche da ricerche condotte nell’ambito della nostra stessa Società – si caratterizzano per la presenza sistematica di soggetti che alimentano la paura sociale, il desiderio di punizione e l’odio verso l’accusato, molto prima che una sentenza definitiva sia stata pronunciata. Tutto ciò si verifica non solo nel caso di autori ignoti, con la ricerca spasmodica che i criminologi mediatici fanno dei “colpevoli”, giungendo a battaglie e conflitti fra loro, ma anche nelle trasmissioni dedicate a casi “chiusi”, in cui gli autori di reato sono fatti oggetto di analisi pubblica — molto spesso senza gli strumenti metodologici adeguati e senza alcuna finalità trattamentale: tutto ciò produce danni seri non solo alla persona analizzata, ma all’intero sistema della giustizia e della rieducazione penale. Nella grande maggioranza dei casi, inoltre, i criminologi che accettano di lavorare per i media non hanno frequentato corsi universitari di criminologia presso istituzioni accademiche riconosciute, italiane o straniere: nel nostro paese, la criminologia viene insegnata come materia universitaria in un numero limitato di atenei, e la sua padronanza presuppone una formazione rigorosa nelle discipline che la compongono, oltre che nella metodologia della ricerca.
Nulla di tutto ciò emerge dalle biografie professionali dei soggetti in questione, che provengono spesso da percorsi formativi estranei alla disciplina — scienze di polizia, criminalistica, consulenza investigativa — e che tendono a presentare come “criminologia” o come “criminologia forense” — definizione quasi assente nel contesto scientifico internazionale — ciò che in realtà appartiene alle police sciences, un campo del tutto distinto. Le police sciences si occupano dell’attività investigativa e della ricostruzione del fatto-reato; la criminologia applica i contributi delle scienze sociali, psicologiche, psichiatriche e giuridiche allo studio delle cause, della prevenzione e del trattamento della criminalità come fenomeno sociale e individuale.
È qui che si manifesta la doppia operazione di cui si è detto: questi soggetti si appropriano del titolo di criminologo per svolgere un’attività che appartiene semmai alle police sciences, e al tempo stesso la maggior parte di loro non possiede la formazione necessaria per l’attività che effettivamente pretende di svolgere. È opportuno aggiungere che il proliferare di corsi di formazione privati, master non universitari e attestati di dubbia valenza ha contribuito a diffondere l’illusione che il titolo di “criminologo”, con le deviazioni citate rispetto all’oggetto della criminologia scientifica, possa essere acquisito al di fuori dei percorsi accademici regolari. La SIC intende ribadire che la criminologia è una disciplina che richiede una preparazione universitaria di livello avanzato, e che nessun attestato privato può sostituire la formazione che si acquisisce attraverso un percorso accademico strutturato.
Un criterio di valutazione ulteriore e decisivo è quello bibliometrico: la ricerca
scientifica trova la propria verifica nel vaglio della comunità mondiale della
ricerca attraverso le pubblicazioni su riviste sottoposte a peer review e
indicizzate nei principali database internazionali. La consultazione di Scopus e Web of Science rivela che, nella grande maggioranza dei casi, la produzione scientifica in ambito criminologico dei cosiddetti criminologi mediatici risulta assente o del tutto marginale. La presenza in tali contesti costituisce infatti il discrimine fondamentale tra chi fa parte della comunità scientifica e chi no: il sistema della peer review — la revisione anonima da parte di altri studiosi prima della pubblicazione — è il meccanismo attraverso cui la scienza corregge se stessa, esclude le affermazioni prive di fondamento e costruisce progressivamente un sapere affidabile.
Chi non si è mai sottoposto a questo processo non appartiene alla comunità scientifica criminologica, quale che sia la sua presenza sui media. Uno degli aspetti più paradossali del fenomeno è che la notorietà di questi soggetti è in larga parte un prodotto dell’ecosistema informativo contemporaneo: internet e i social network amplificano le voci più semplici, più emotivamente cariche, più adatte a generare reazioni immediate, indipendentemente dalla loro fondatezza scientifica. Questa fama costruita sull’indignazione non misura la competenza ed evidenzia invece la capacità di intercettare e alimentare le ansie collettive. La stessa logica si riproduce nelle frequenti querelle che contrappongono i criminologi mediatici sui social network: il meccanismo è quello ben noto dell’economia dell’attenzione.
La controversia genera visibilità, la visibilità viene scambiata per autorevolezza, e l’autorevolezza presunta consente di presentarsi come “esperti” a un pubblico che non ha gli strumenti per verificare la fondatezza di questa pretesa. Il fenomeno raggiunge il proprio apice quando gli stessi soggetti si ergono a critici dell’operato dell’Autorità Giudiziaria, come se la loro notorietà mediatica equivalesse alla loro competenza giuridica: tale sovrapposizione tra il sistema mediatico e quello giudiziario rappresenta un pericolo per lo Stato di diritto.
La SIC fa proprio questo principio e lo applica innanzitutto a se stessa: siamo consapevoli che anche la critica ai criminologi mediatici può scivolare, se non sorvegliata, nella medesima logica che intende contrastare, quella della proiezione e della denigrazione dell’altro come ricettacolo di ciò che non vogliamo riconoscere in noi stessi. E se chi cede all’ansia collettiva e dà risposte pseudoscientifiche risponde a un bisogno comprensibile, per quanto le conseguenze siano dannose, la risposta della SIC non può essere la condanna speculare: deve essere la proposta di un’alternativa fondata sulla comprensione, sul rigore e sul rispetto della complessità.
La SIC tuttavia, dopo tanti anni di silenzio, intende esprimere la propria voce in capitolo, rilevando in primo luogo che quello dei “mediatici” è un fenomeno da studiare; e in secondo luogo che la realtà spesso non è così terribile come viene dipinta: le statistiche lo mostrano. Intendiamo quindi descrivere un fenomeno — la sostituzione del sapere scientifico con l’opinione emotiva nel dibattito pubblico sulla criminalità — e proporre alla società civile, ai media e alle istituzioni un’alternativa: la possibilità di illustrare e divulgare una criminologia che non rinuncia alla complessità e che non si presta a fomentare la paura.
La Società Italiana di Criminologia si dissocia pubblicamente e formalmente dall’attività dei criminologi mediatici e osserva come la stessa sia priva di fondamento scientifico. Queste attività non appartengono alla criminologia come disciplina accademica e di ricerca; alimentano la paura e l’aggressività collettiva verso gli accusati e i condannati in spregio al dettato costituzionale; si pongono in aperto contrasto con i valori fondamentali di una società che ha scelto di fondare la propria risposta al crimine sulla rieducazione e non sulla vendetta; e danneggiano la reputazione di una disciplina che ha una storia consolidata e meriti concreti nel campo della comprensione e del contrasto alla criminalità”.

La dottoressa Roberta Brega Magistrato onorario presso il Tribunale per i minorenni di Roma, Giurista e psicologa, specializzata in criminologia raggiunta telefonicamente ha commentato: “Ritengo imprescindibile ribadire quanto la criminologia, in quanto disciplina scientifica, non possa essere piegata a logiche di semplificazione mediatica o a dinamiche di spettacolarizzazione del crimine. L’assenza di rigore metodologico e di fondamento empirico in molte narrazioni pubbliche non solo compromette la credibilità della disciplina, ma rischia di alimentare rappresentazioni distorte della devianza e della risposta penale. In questo quadro, la tutela delle garanzie e la legittimità dell’accertamento giudiziario restano ancorate esclusivamente al processo penale, che trova nel tribunale la sua unica e naturale sede".