Ostia verso il collasso: demolizioni, bandi nel caos e stabilimenti storici cancellati

Le decisioni del Comune e l’applicazione della direttiva Bolkestein generano demolizioni e incertezza mentre i bandi finiscono sotto la lente della Guardia di Finanza.

Ostia verso il collasso: demolizioni, bandi nel caos e stabilimenti storici cancellati

Le ultime decisioni del Comune di Roma sulla gestione delle spiagge del Lido di Ostia rappresentano, secondo molti operatori e osservatori del settore, una vera e propria sentenza di morte per il Mare di Roma. La gestione della fase di transizione legata all’applicazione della direttiva Bolkestein sul libero mercato ha infatti generato un quadro di forte incertezza, con conseguenze che rischiano di produrre un caos sia dal punto di vista estetico sia sotto il profilo imprenditoriale.

Nel meccanismo di assegnazione dei nuovi bandi, introdotto in nome di un presunto ripristino della legalità, migliaia di cabine e strutture risultano destinate alla demolizione. Gli stessi bandi, peraltro, sono attualmente sotto la lente della Guardia di Finanza. Nel frattempo decine di stabilimenti balneari sono stati cancellati o ridotti a cumuli di macerie, mentre gli interventi di protezione delle spiagge dalle mareggiate vengono giudicati tardivi o addirittura inesistenti.

Il risultato è che molti operatori rischiano concretamente di non riuscire a riaprire in tempo per l’arrivo dei clienti. Il conto alla rovescia per l’avvio della stagione balneare è già iniziato: l’apertura è fissata per il primo maggio 2026. Tuttavia fatti e numeri non lasciano molto spazio alle interpretazioni. Il rischio di un fragoroso flop è reale e l’estate 2026 potrebbe trasformarsi in una vera e propria catastrofe per l’offerta balneare, con una drastica riduzione di ombrelloni, docce e lettini disponibili.

Il lungomare affollato e festoso che i romani hanno conosciuto per decenni appare ormai come un ricordo lontano. Sopravvive soltanto nelle fotografie d’epoca, negli scatti sui social e nei libri dedicati alla storia del costume italiano.

Con le ultime decisioni dell’assessorato al Patrimonio, decine di stabilimenti storici rischiano di scomparire definitivamente. Con loro non verrebbero cancellate soltanto strutture balneari, ma anche posti di lavoro, attività economiche e una parte significativa dell’identità del litorale romano.

C’è però una verità scomoda che raramente emerge nelle analisi pubbliche di questa vicenda. In realtà, secondo molti osservatori, le responsabilità sono diffuse. La politica viene accusata di essere intervenuta con ritardo, le amministrazioni ai diversi livelli di competenza (Comune di Roma e Regione Lazio) vengono criticate per la gestione della vicenda, mentre gli stessi operatori balneari risultano quasi del tutto assenti dal dibattito pubblico.

I balneari sembrano aver scelto una sorta di “modalità testuggine”: non parlano, non diffondono comunicati e le organizzazioni che li rappresentano restano in silenzio. Una situazione che qualcuno definisce il “festival della latitanza”. Tutti sembrano muoversi, ma nei fatti nulla accade.

A pagare il prezzo più alto di questa situazione sono soprattutto i cittadini. Sui social si moltiplicano le posizioni più disparate: c’è chi invoca la demolizione completa delle strutture del lungomare e la loro sostituzione con installazioni leggere e smontabili a fine stagione, e chi invece sogna il ritorno ai tempi storici del Kursaal e dei fagottari.

Nel frattempo il cosiddetto “Lungomuro”, la lunga barriera che impedisce la vista del mare, resta ancora al suo posto. Nonostante incontri, assemblee pubbliche, tavoli tecnici, conferenze, sigilli, sequestri, censimenti delle strutture esistenti e una lunga serie di ricorsi a ogni livello giudiziario, dal Tar al Consiglio di Stato fino alla Cassazione, neppure un metro è stato demolito.

Negli ultimi anni sono stati prodotti fiumi di inchiostro e quintali di carte bollate. In mezzo a questo labirinto burocratico e giudiziario i cittadini, che probabilmente vorrebbero soltanto fare un bagno o trascorrere una giornata al sole, continuano ad annaspare da oltre un decennio.

Sono proprio loro, alla fine, i veri penalizzati di questa vicenda. Le telefonate, i messaggi e le mail per la conferma degli abbonamenti stagionali continuano ad arrivare, ma nessuno oggi è in grado di garantire con certezza la disponibilità dei servizi in spiaggia.

Una riduzione dell’offerta significherà inevitabilmente prezzi più alti. E mentre cresce l’incertezza, molti romani stanno già valutando alternative per l’estate, guardando ad altre località balneari come Santa Marinella o Sabaudia.

Ostia, per molti, rischia di avvicinarsi a un punto di non ritorno. Qualcuno parla di declino imminente, altri sostengono che il processo sia già iniziato. Per il Mare di Roma, in ogni caso, la stagione 2026 si annuncia come uno spartiacque decisivo.