Quentin, Astrid (Némésis): “Massacrato in sei, non si può parlare di errore” Arrestati i presunti assassini

Nel mirino il parlamentare francese legato al gruppo indicato per l’omicidio. “Chi lo ha legittimato deve rispondere”

Quentin, Astrid (Némésis): “Massacrato in sei, non si può parlare di errore” Arrestati i presunti assassini

Il 12 febbraio 2026 a Lione un giovane francese di 23 anni, Quentin Deranque, è stato gravemente ferito durante una violenta aggressione in strada collegata a uno scontro politico tra gruppi di estrema destra e antifascisti. Ricoverato in coma con un gravissimo trauma cranico, è morto due giorni dopo. Le autorità francesi hanno aperto un’inchiesta per omicidio, mentre il caso è diventato nazionale. Astrid, membro del collettivo Némésis, parla di un’aggressione mirata.


Astrid, secondo le tue parole, Quentin è stato colpito mentre stava proteggendo le ragazze. Puoi ricostruire con precisione cosa stava accadendo quel pomeriggio a Lione prima dell’aggressione che lo ha portato alla morte?


"Le ragazze erano davanti all’università con uno striscione su cui era scritto “Islamo-sinistrorsi fuori dalle nostre università”. Non era un’azione violenta, era una manifestazione simbolica. A qualche strada di distanza c’erano dei ragazzi pronti a intervenire solo in caso di pericolo, perché in passato avevamo già subito aggressioni durante volantinaggi.


Gli antifascisti sono venuti a cercarci. Hanno individuato i ragazzi e li hanno attaccati immediatamente. Non c’è stato nemmeno il tempo di reagire o di capire cosa stesse succedendo. Quentin era lì per proteggere le ragazze. È stato colpito con estrema violenza. Non c’erano pistole o coltelli, ma guanti rinforzati. È stato picchiato a mani nude, a calci e pugni, fino a provocargli lesioni fatali. Una violenza che non avremmo mai immaginato potesse arrivare a questo punto."

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Avete ricevuto minacce prima o dopo l’aggressione? Esisteva un’escalation precedente di intimidazioni o si è trattato di un episodio improvviso?


"La violenza antifascista non è un episodio nuovo. È la prima volta che c’è un morto, ma le aggressioni c’erano già state. Poco tempo prima alcune ragazze erano state malmenate durante un volantinaggio. È anche per questo che avevano deciso di chiamare amici per sentirsi più sicure.


C’è un clima di intimidazione costante. Oggi ci sono ragazze che, quando escono, devono organizzarsi in gruppo per non rischiare aggressioni. Prima si trattava di proteggersi da violenze, ora parliamo anche del rischio di morire. Questo cambia tutto."


Hai definito l’aggressione di Quentin come “violenza antifascista”. Quali elementi specifici vi portano a sostenere che si sia trattato di un attacco intenzionale di gruppi antifascisti?


"A Lione esistono gruppi antifascisti molto conosciuti. Le ragazze hanno visto alcune persone correre verso i ragazzi e le hanno riconosciute. Non tutti, ma più di uno apparteneva al gruppo noto come “La Jeune Garde”. Sono stati indicati formalmente alla polizia.


Non si è trattato di uno scontro casuale. Sono venuti a cercarci. Quando sei in sei contro uno e lo colpisci fino ad ammazzarlo, non è una rissa che degenera: è una volontà precisa di colpire. Per questo parliamo di violenza antifascista. Attendiamo le conferme ufficiali della polizia, ma le persone coinvolte sono state riconosciute."


Dalla morte di Quentin i media hanno generato reazioni politiche molto forti. Quanto se ne sta parlando in Italia?


"In Italia se ne sta iniziando a parlare, soprattutto nei media di destra. Ma penso sia importante che il tema venga affrontato da tutti, perché è un fenomeno che potrebbe arrivare anche lì. La violenza politica non è un problema solo francese.
Ho visto che alcuni giornali italiani hanno parlato anche di Raphaël Arnault. Credo che l’Italia dovrebbe prendere molto seriamente questa situazione. Se si legittima la violenza come strumento politico, prima o poi le conseguenze arrivano."


Nel 2024, secondo quanto riportato da alcune testate, Raphael Arnault sarebbe stato anche premiato a Roma dal presidente dell’VIII Municipio Amedeo Ciaccheri. Oggi Arnault è parlamentare e viene indicato come fondatore del gruppo a cui apparterrebbero i responsabili dell’aggressione costata la vita a Quentin. Alla luce di questi elementi, ritieni che ci sia una responsabilità politica, anche solo indiretta, da parte di chi ha legittimato pubblicamente Arnault prima che emergessero questi fatti? E cosa dovrebbe fare oggi la politica per fare chiarezza o giustizia?


"Esiste una responsabilità politica, ma anche una responsabilità della giustizia. Bisogna chiedersi come sia stato possibile permettere a qualcuno con un passato di violenze di arrivare a decidere le leggi francesi.


In Francia c’è stata una parte politica che ha legittimato questo clima. Jean-Luc Mélenchon, per esempio, in passato ha usato parole che hanno normalizzato l’idea dello scontro totale contro quello che chiamano fascismo. Quando si incoraggia l’idea che “tutti i mezzi” siano legittimi, si apre la porta alla violenza.
Se si fosse intervenuti prima, forse oggi non parleremmo di un morto. Oggi bisogna fare chiarezza sulle responsabilità, verificare chi ha favorito questa legittimazione e applicare la legge senza ambiguità. Alcuni dicono che “La Jeune Garde” sia stata sciolta, ma il gruppo esiste ancora. Le conseguenze di questa tolleranza le stiamo pagando ora."

Dopo gli arresti di Jacques-Élie Favrot e degli altri presunti coinvolti nell’aggressione costata la vita a Quentin Deranque, ritenete che si stia finalmente andando verso giustizia oppure siamo solo all’inizio di un percorso ancora tutto da chiarire?

"Secondo me è ancora presto per parlare di giustizia. Dobbiamo aspettare di capire come saranno giudicati e se il processo sarà condotto in modo serio e adeguato.
Siamo sollevate, questo sì. L’attesa è stata lunga: cinque giorni prima di vedere i primi fermi sono stati giorni di grande ansia. Il sollievo c’è, ma resta prudente. Ora vogliamo vedere come verranno trattati, quali saranno le decisioni della magistratura e quali sviluppi ci saranno nei prossimi mesi."


Se potessi parlare direttamente a chi quella sera era dall’altra parte della barricata, cosa diresti?


"Direi che sono responsabili della morte di un ragazzo di 23 anni che non era mai stato davvero violento. Quando si è in sei contro uno e lo si colpisce fino a ucciderlo, non si può parlare di errore.
Spero che paghino davanti alla giustizia. Non credo che abbiano veri rimorsi per la morte in sé, temo siano più preoccupati delle conseguenze penali. Ma questa è una vita spezzata. E un’ideologia che porta a questo tipo di violenza è un’ideologia che distrugge, non che costruisce."