Mancano due settimane al voto sul referendum sulla giustizia. Un appuntamento importante che riguarda il funzionamento dello Stato e l’equilibrio tra i poteri. Eppure, invece di un confronto serio sul merito della riforma, il dibattito pubblico rischia di essere trascinato nell’ennesima battaglia di tifoserie politiche.
È un errore grave. Perché quando si parla di giustizia non si dovrebbe ragionare per appartenenza, ma per contenuto delle riforme.
Eppure il fronte del NO sembra muoversi esattamente nella direzione opposta: non tanto contro il merito della riforma, quanto contro il governo che l’ha proposta. In altre parole, un voto politico più che un voto sulla giustizia.
Ma la giustizia non può diventare un referendum sul governo di turno.
Proprio oggi Giorgia Meloni ha pubblicato sui social un video che sintetizza con chiarezza il senso della riforma, andando oltre slogan e caricature polemiche. Un tentativo di riportare il dibattito sul terreno giusto: quello dei contenuti. Perché al di là delle polemiche, il referendum chiede ai cittadini di pronunciarsi su questioni concrete che riguardano l’organizzazione della magistratura e il funzionamento del processo.
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ad esempio, è un tema discusso da decenni nel mondo giuridico e sostenuto da molti giuristi come uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e l’equilibrio tra le parti nel processo penale.
Non a caso il SÌ non è sostenuto soltanto da una parte politica. Attorno a questa riforma si è formato un fronte molto più ampio ed eterogeneo di quanto spesso si racconti: giuristi, avvocati, studiosi del diritto e personalità provenienti da culture politiche diverse. Un sostegno trasversale che dimostra come il tema non possa essere ridotto a una semplice contrapposizione tra maggioranza e opposizione, tra destra e sinistra.
Al contrario, il fronte del NO sembra sempre più puntare su una strategia diversa: non discutere davvero il merito della riforma, ma mobilitare testimonial, volti noti, figure mediatiche chiamate a guidare la campagna. È una scelta comunicativa precisa: quando le argomentazioni non sono sufficientemente forti, si prova a sostituirle con la notorietà del personaggio di turno. Il problema è che spesso, se non quasi sempre, quei testimonial non entrano davvero nel merito delle norme e delle modifiche proposte.
Ancora più grave è quando il confronto politico scivola nella delegittimazione. Le parole del procuratore Nicola Gratteri, che ha insinuato che chi voterà SÌ sarebbe vicino ai criminali, rappresentano un esempio evidente di questo clima. Non è una critica politica: è una delegittimazione del voto. E in democrazia il voto non si processa.
Del resto lo ha ammesso senza giri di parole anche Dario Franceschini: questo referendum è una battaglia politica e, se la destra vincesse, “non li fermeremmo più”. Più chiaro di così è difficile essere. Non un confronto sul merito della riforma della giustizia, ma un voto usato per colpire il governo.
Parole che dicono molto più di tante analisi. Perché se il referendum sulla giustizia diventa lo strumento per fermare un avversario politico, allora il tema non è più la qualità delle riforme né il primario interesse dei cittadini. Il tema diventa un altro: la battaglia tra partiti.
E quando accade questo, l’interesse dei cittadini smette di essere il punto di partenza del dibattito pubblico e diventa, nel migliore dei casi, un dettaglio secondario.
Il referendum, invece, è uno degli strumenti più alti della partecipazione democratica. Non serve a stabilire chi è “buono” o chi è “cattivo”, né a misurare la fedeltà a questo o quel governo. Serve a permettere ai cittadini di pronunciarsi su riforme importanti dello Stato.
E quando il tema è la giustizia, la domanda dovrebbe essere una sola: se il sistema può funzionare meglio di come funziona oggi.
Rafforzare l’equilibrio tra accusa e difesa, garantire la piena terzietà del giudice e rendere più chiari i meccanismi di responsabilità della magistratura va esattamente in questa direzione. Il SÌ a questa riforma si muove proprio lungo questa strada.
Perché la giustizia non dovrebbe mai essere il terreno della propaganda, ma la misura della qualità di una democrazia.