Non era una piazza. Non era un festival. Era la Sala Tevere della Presidenza della Regione Lazio. Eppure l’energia era quella delle grandi occasioni.
Venerdì pomeriggio, mentre la narrazione dominante continua a descrivere i giovani come disinteressati alla politica e distanti dalle istituzioni, oltre cinquanta ragazzi, tutti sotto i 25 anni, hanno scelto di essere lì. Seduti, attenti, partecipi. Non per obbligo. Per scelta. E soprattutto senza cellulare.
L’incontro, promosso dall’assessore alla Cultura e alle Politiche giovanili Simona Baldassarre, ha portato dentro il cuore istituzionale della Regione un tema preciso: Ostia e la sua identità. Con lei erano presenti il capo segreteria Tony Brugnolo, Nicola Colosimo per “Noi Siamo Roma”, Nicholas Gabrielli per “Noi Siamo a Ostia”, rappresentanti municipali come il consigliere del I Municipio di Roma Luigi Servilio e tecnici coinvolti nei percorsi progettuali come il Segretario Comitato Promotore “Ostia Comune”.
Ma il vero dato politico non sono stati i nomi. È stata la platea. In un’epoca in cui il venerdì pomeriggio è sinonimo di aperitivo, calcio o distrazione digitale, cinquanta giovani hanno scelto il confronto. Hanno scelto di discutere di territorio, di appartenenza, di istituzioni. Hanno scelto di stare dentro la cosa pubblica.
Il tema che ha catturato maggiormente l’attenzione è stato quello della centralità di Ostia. Non come periferia di Roma, non come margine urbano, ma come realtà con una propria autonomia identitaria. Un territorio che si distingue anche in forma dialettica, con una tradizione riconoscibile, con un patrono come Sant’Agostino e con 18 chilometri di costa che rappresentano una peculiarità unica nel contesto romano e forse anche Nazionale visto il museo a cielo aperto di Ostia Antica.
Nel dibattito è emersa una consapevolezza forte: Ostia non è una periferia da assistere, non è tutto degrado o criminalità, ma una comunità da valorizzare e da accogliere nelle istituzioni. La parola chiave non è distanza, ma identità.
Le idee avviate e discusse sono molteplici. Percorsi culturali, valorizzazione del litorale, maggiore coinvolgimento delle nuove generazioni nei processi decisionali. Ma oltre ai contenuti, è rimasto il segnale.
La Sala Tevere, simbolo dell’istituzione regionale, si è riempita di giovani. Non per contestare. Non per slogan. Per partecipare.
E in quella scelta, silenziosa ma potente, c’è forse la smentita più netta al luogo comune che vuole una generazione indifferente. La politica, quando sa ascoltare e quando si apre, trova ancora ragazzi pronti a sedersi, discutere e prendersi responsabilità.
In un venerdì qualunque, dentro un palazzo istituzionale, è passata un’immagine diversa del futuro.