Roma criminale 2026, nessun padrone: vittime e complici. Parla Arrighi

Dall’aula di tribunale al fumetto noir: Arrighi racconta su carta il crimine contemporaneo tra diritto, narrativa e immagini

Roma criminale 2026, nessun padrone: vittime e complici. Parla Arrighi

Gianluca Arrighi avvocato scrittore l'idea di intervistarla ha generato in me una leggera inquietudine. Dal portone del suo studio nel quartiere Prati-Della Vittoria idealmente, se non ci fosse un palazzo a impallarlo, si potrebbe vedere l'ingresso di via Poma, il pensiero va al delitto di Simonetta Cesaroni. L'associazione di idee può sembrare un po' scontata però sul quartiere è rimasto, simile a un manto funebre, l'eco di quel "fattaccio". Ci ha mai pensato, dove era quel giorno?

"Capisco la suggestione, soprattutto quando la 'geografia criminale' coincide con i luoghi della Roma bene, dove il contrasto tra l’ordine esteriore e il caos interiore è più stridente. Quel 7 agosto del 1990 la città era deserta, bruciata dal sole: la cornice ideale per un orrore che ancora oggi non ha nome. All'epoca ero solo un ragazzo, ma via Poma è diventata con il tempo un caso di studio inevitabile per chiunque si occupi di legge e criminologia. Più che un 'manto funebre', quel delitto ci ricorda come anche un quartiere borghese, come Prati, possa essere un reticolo di silenzi e portoni pesanti, capaci di custodire segreti inconfessabili. Quel giorno ero al mare; la notizia arrivò come un colpo di fucile capace di attraversare i chilometri. Fu allora che realizzai che il male non ha bisogno di vicoli bui o periferie degradate: può annidarsi perfettamente in un ufficio pulito, dietro una porta blindata, nel cuore pulsante della borghesia."

Dopo il successo come avvocato penalista, lei si è affermato come scrittore, diventando una delle voci più autorevoli del romanzo giallo contemporaneo. Nel 2024 c'è stata un'ulteriore svolta nella sua carriera: l'inizio della trasposizione a fumetti delle sue opere. La prima pubblicazione, il graphic novel tratto da "L'inganno della memoria", ha subito ottenuto importanti premi e riconoscimenti. Come è nata l'idea, da dove è partita e quale sarà il percorso?

"L'idea è nata dalla visione di Laura Papa e Alessandro Greco, creatori del progetto editoriale 'Giallo China'. Sono stati loro a voler dare un volto e un corpo alle ombre che abitano i miei romanzi. Il noir e il thriller sono, per definizione, generi visivi. Quando ho visto le prime tavole de L'inganno della memoria, realizzate magistralmente da Marco Serravalle e Roberta Ferrigno, ho capito che il fumetto d’autore poteva aggiungere una dimensione nuova, quasi espressionista, alla mia narrazione. Il successo e i premi ricevuti confermano che il pubblico ha fame di storie capaci di parlare linguaggi diversi. Il percorso continuerà proprio in questa direzione: esplorare l'oscurità delle mie trame e dei miei personaggi attraverso il tratto dei grandi illustratori contemporanei."

Lei esercita la professione di avvocato da oltre 25 anni. Ha sicuramente visto "cose che voi umani..." come recita il finale di Blade Runner. Sono cambiati i tipi umani che chiedono la sua assistenza professionale?

"Più che i tipi umani, è cambiato il loro rapporto con il limite. Vent’anni fa esisteva ancora una sorta di 'codice', persino nel crimine; c’era una consapevolezza del gesto e delle sue conseguenze. Oggi avverto un analfabetismo emotivo preoccupante. Chi varca la soglia del mio studio spesso non cerca solo difesa legale, ma una giustificazione morale a comportamenti che un tempo sarebbero stati impensabili. La clientela si è fatta impaziente, figlia di una società che vuole tutto e subito, persino l’assoluzione prima del processo. L’animo umano, tuttavia, resta drammaticamente identico nelle sue pulsioni primordiali: invidia, avidità, rabbia. Ciò che è cambiato è solo il 'costume' che queste pulsioni indossano."

La criminalità a Roma ha mutato pelle? Ieri mi sono imbattuto nella serie tv di Romanzo Criminale, forse perché avevo letto che è in programma un prequel mi sono ritrovato a riflettere. Le produzioni cinematografiche italiane in crisi puntano sulla formula usato sicuro in mancanza di idee originali probabilmente, ma chi comanda a Roma dal punto di vista criminale nel 2026? Una battuta passata alla storia fulminate in quella serie è "Roma non vuole padroni!". E' solo un problema di estensione geografica, organizzativa oppure c'è altro che il cittadino comune è impossibilitato a decifrare?

"Roma non ha mutato pelle, ha semplicemente cambiato strategia. La battuta 'Roma non vuole padroni' è ancora verissima: oggi comandano tutti e non comanda nessuno. Se la Banda della Magliana era un corpo unico, la criminalità odierna è un’idra a molte teste. Nel 2026, la Capitale è un grande 'hub' dove convivono le proiezioni delle mafie tradizionali, i clan autoctoni e le nuove alleanze transnazionali. Non c'è più guerra perché il conflitto attira i riflettori degli inquirenti; le organizzazioni preferiscono la 'pax criminale' per spartirsi il mercato della droga e il riciclaggio negli appalti. Il cittadino non decifra questo scenario perché oggi il crimine non spara più: firma contratti, rileva licenze e acquista attività commerciali."

L'attenzione morbosa della gente (quella che ora viene chiamata con una identificazione pressoché totale "Il popolo dei social") per i fatti di cronaca nera, il profluvio di trasmissioni televisive, perizie, analisi, criminologi... questo "circo Barnum" quanto e se incide sui processi e sulle indagini?

"Incide molto, e quasi mai in senso positivo. Il rischio è la metamorfosi del processo penale in un rito mediatico dove il verdetto arriva sui social o in un talk show mesi prima della sentenza. Questo 'circo Barnum' crea una pressione insostenibile su magistrati e investigatori: c’è l’ansia di dover dare un colpevole in pasto all’opinione pubblica per placare l'allarme sociale. Anche il giudice più sereno finisce per respirare l'aria viziata del pregiudizio popolare. Il rischio reale è che si celebri un processo parallelo basato su suggestioni mediatiche e non su prove forensi, trasformando l'aula di tribunale in un semplice ufficio di ratifica per una condanna già decretata dal 'popolo dei social'."

Anni fa lei mi disse, cito a memoria, che il delitto perfetto non esiste...

"Lo confermo: il delitto perfetto non esiste, esiste solo l’indagine imperfetta. Il crimine è un atto umano e l’essere umano è strutturalmente fallibile. C’è sempre una traccia, un’imprecisione, un battito di ciglia fuori tempo. Il vero problema è che spesso il sistema non ha le risorse, il tempo o la lucidità per leggere quei segni. Il caso di via Poma ne è l'esempio: non fu un delitto perfetto, ma un'indagine che smarrì la strada tra troppi sospetti e troppi silenzi. Il male lascia sempre un'impronta; il dramma è quando non sappiamo riconoscerla."