La sentenza del Tribunale di Palermo che condanna lo Stato italiano a risarcire 76mila euro alla Ong Sea Watch per il fermo della nave Sea Watch 3, comandata da Carola Rackete, ha scatenato le reazioni del governo. Il provvedimento riguarda il periodo tra ottobre e dicembre 2019, quando la nave era rimasta bloccata in porto nonostante la cessazione dei presupposti legali per il sequestro.
La premier Giorgia Meloni ha definito la decisione “surreale” e ha sollevato un dubbio politico e giuridico: “Il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?”. Secondo Meloni, la sentenza invierebbe “un messaggio sbagliato: come se la legge e il governo non possano contrastare l’immigrazione illegale di massa”.
Il vicepremier Matteo Salvini ha ricordato i fatti della notte del 28 giugno 2019: “La nave tedesca della signorina Rackete sperona una moto vedetta della Guardia di Finanza, mettendo a rischio quattro militari, e fa sbarcare clandestini a Lampedusa. Denunciata e poi archiviata, oggi lo Stato italiano deve risarcire con 76mila euro chi ha forzato un divieto del governo”. Salvini ha aggiunto un appello al referendum del 22-23 marzo: “Votate SÌ per cambiare questa giustizia”.
Il caso Sea Watch 3 risale al giugno 2019, quando la nave soccorse 53 migranti in acque libiche. Dopo il rifiuto di sbarcare a Tripoli e la chiusura dei porti italiani tramite il Decreto Sicurezza Bis, la nave rimase al largo di Lampedusa per 17 giorni. Il 29 giugno, con i migranti allo stremo, Rackete entrò in porto senza autorizzazione, entrando in contatto con la motovedetta della Guardia di Finanza e venendo arrestata.
Il risarcimento riguarda esclusivamente la gestione amministrativa della nave e le spese sostenute tra ottobre e dicembre 2019, già documentate, e non la condotta penale della comandante, archiviata nel 2021.