La democrazia, il voto e l’ipocrisia delle narrazioni

Quando il voto non piace alle élite, diventa “emergenza democratica”: il doppio standard che svuota il senso delle urne

La democrazia, il voto e l’ipocrisia delle narrazioni

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui una parte del dibattito pubblico commenta le elezioni in Europa. Se un leader perde il consenso e accetta il responso delle urne, il primo dato da registrare è uno soltanto: la democrazia ha funzionato.

Eppure, ancora una volta, si assiste alla rappresentazione ideologica di un presunto «ritorno alla democrazia», quasi che la democrazia coincida non con il voto, ma con l’esito politicamente gradito ad alcuni ambienti culturali e mediatici.

La domanda è semplice: si è mai visto un dittatore perdere le elezioni e riconoscere la sconfitta? La storia insegna che i regimi autoritari non cedono il potere con il voto, ma con la forza, le rivoluzioni, i colpi di Stato o le guerre.

Quando invece il potere cambia attraverso le urne, siamo davanti alla forma più autentica della sovranità popolare. Può piacere o non piacere Viktor Orbán, ma ha governato finché il suo popolo glielo ha consentito.

Non sono serviti missili, bombe o pressioni militari. È bastato il voto popolare. Questo è il punto che troppo spesso si dimentica, sacrificando la realtà alla propaganda.

La democrazia non è il sistema in cui vince chi piace alle élite. È il sistema in cui il popolo decide, anche quando la decisione non coincide con le aspettative dei commentatori.

È la democrazia, bellezza. E funziona proprio quando accetta pluralismo, alternanza e dissenso.