Il governo accende l’allarme sui possibili effetti economici della guerra e convoca una riunione urgente del Comitato di monitoraggio sui prezzi e sull’energia per valutare l’impatto dell’escalation internazionale su inflazione, carburanti e filiere industriali italiane.
Nel corso della riunione, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che la crisi deve essere seguita “in tempo reale”, perché il conflitto rischia di aggravarsi e di estendersi con effetti diretti sull’approvvigionamento energetico e sui prezzi.
Secondo il ministro, l’Italia resta più esposta di altri Paesi europei agli shock energetici a causa della forte dipendenza dalle importazioni. Proprio per questo, ha sottolineato, la questione energetica, compreso il ritorno del nucleare di nuova generazione nel dibattito europeo, è tornata con forza nell’agenda politica dell’Unione.
Tra i timori del governo c’è anche il possibile blocco delle catene di approvvigionamento di materie prime critiche, fondamentali per diversi settori industriali italiani. Urso ha citato, tra gli altri, l’elio – utilizzato nella produzione di microchip – oltre a materie prime necessarie per l’industria del cemento, per l’agricoltura e per la produzione di fertilizzanti.
Un elemento particolarmente sensibile riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi energetici del mondo. Un eventuale blocco dei traffici, ha spiegato il ministro, potrebbe avere ripercussioni pesanti sulle filiere industriali italiane e sull’approvvigionamento energetico.
Nel corso dell’incontro è stato inoltre affrontato il tema del possibile ritorno dell’inflazione energetica. Le prime stime indicano che l’attuale crisi potrebbe far salire il tasso di inflazione italiano tra lo 0,5% e l’1%, portandolo complessivamente tra il 2,2% e il 2,5% nel 2026.
Un livello comunque molto distante dai picchi registrati nel 2022, quando l’inflazione superò il 12% durante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina.
Il ministro ha poi ricordato che l’attuale governo ha scelto una strategia diversa rispetto a quella adottata nel 2022 dal governo guidato da Mario Draghi, quando l’extragettito dell’IVA venne utilizzato per finanziare il taglio delle accise sui carburanti.
Secondo Urso, quella misura, che costò allo Stato circa un miliardo di euro al mese, non riuscì a frenare l’inflazione e finì per favorire soprattutto i ceti più abbienti.
L’attuale strategia punta invece su monitoraggio preventivo dei prezzi e contrasto alle speculazioni, con l’obiettivo di evitare che l’aumento dei costi energetici si trasformi in una spirale inflattiva.
I dati presentati durante la riunione mostrano già un’accelerazione dei prezzi dei carburanti dopo lo scoppio del conflitto. Tra il 27 febbraio e il 12 marzo le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati sono aumentate di 15,7 centesimi al litro per la benzina e di 27,4 centesimi per il gasolio.
Alla pompa, i prezzi medi nazionali si sono attestati a 1,82 euro al litro per la benzina e 2,03 euro per il gasolio, con aumenti rispettivamente di circa 14,5 e 31 centesimi rispetto al periodo precedente allo scoppio della guerra.
Secondo il ministero, i margini di distribuzione risultano comunque inferiori alla media del 2025, segno che gli aumenti registrati alla pompa riflettono soprattutto la crescita delle quotazioni internazionali.
Il quadro resta però incerto. Con i carburanti che pesano per circa il 4,5% del paniere dell’inflazione, ulteriori rincari potrebbero avere effetti diretti sui prezzi e su tutta la catena produttiva, dai trasporti all’industria fino ai consumatori finali.