Vitiello (WEC): “Senza energia non c’è sviluppo. La transizione va trattata senza tifoserie”

Sul nucleare, Vitiello sottolinea l’evoluzione tecnologica rispetto al passato e il costo pagato in termini di sviluppo e indipendenza.

Vitiello (WEC): “Senza energia non c’è sviluppo. La transizione va trattata senza tifoserie”

La transizione energetica è entrata in una fase decisiva. Tra obiettivi climatici, tensioni geopolitiche, sicurezza degli approvvigionamenti e pressioni sociali legate al costo dell’energia, il dibattito si è spostato dalla teoria alla sostenibilità concreta delle scelte politiche, industriali e sociali. In questo contesto, il concetto di “transizione giusta” è diventato centrale: non solo decarbonizzazione, ma equilibrio tra competitività, coesione sociale e sicurezza energetica. Ne parliamo con Michele Vitiello, Segretario Generale del World Energy Council.

La transizione energetica oggi è davvero “giusta” o sta diventando socialmente regressiva?

"Ci si è resi conto che per rendere la transizione energetica giusta bisogna co-progettarla insieme ai cittadini. Non basta più comunicare ex post le scelte prese. Il World Energy Council ha proprio questo obiettivo e aiuta istituzioni e stakeholder a costruire la Just Transition, cioè quella in cui c’è equilibrio tra sicurezza, sostenibilità ambientale e accessibilità economica. Per farlo bisogna uscire dalle bolle dei soliti appassionati, portare avanti una lotta serrata agli acronimi e raccontare ai cittadini, in modo accessibile, che senza energia non c’è sviluppo. È una materia che va trattata senza tifoserie e, in quanto infrastruttura abilitante, senza pregiudizi di sorta."

L’Europa sta accelerando troppo sulle rinnovabili senza garantire sicurezza e competitività?

"Siamo nel mezzo di un cambiamento geopolitico senza precedenti, e forse non pienamente preventivabile. Rinunciando al gas russo abbiamo capito che la sicurezza deriva dalla possibilità di attingere a un mix energetico diversificato e da una pluralità di partner commerciali affidabili. Il discorso è semplice: concentrarsi su una sola tecnologia, o su un solo partner, significa esporsi al rischio di trovarsi scoperti se quella fonte viene meno. Inoltre, mentre alcuni nostri competitor continuano a crescere industrialmente, con ritmi emissivi molto più alti, è evidente che la competizione diventa squilibrata: è come entrare in campo e giocare una partita con regole diverse."

Senza nucleare, la neutralità climatica al 2050 è realistica o no?

"Senza nucleare rinunciamo a una fonte energetica stabile e decarbonizzata, che può aiutarci a essere più indipendenti dalle importazioni e ad avere costi dell’energia più bassi nel medio-lungo periodo. I referendum italiani si sono svolti in periodi storici fortemente emotivi, e ne abbiamo pagato le conseguenze in termini di sviluppo, occupazione e indipendenza, per questa e per le prossime generazioni. Oggi inoltre parliamo di tecnologie profondamente diverse rispetto a quelle di allora, imparagonabili per evoluzione e standard di sicurezza. È un po’ come dire di non voler andare in crociera perché c’è stato il Titanic. Tra l’altro compriamo già grandi quantità di energia elettrica prodotta dal nucleare francese, in centrali appena oltre il confine: una contraddizione evidente."

Il gas è ancora una fonte ponte o è già un problema politico oltre che climatico?

"Se non sei un Paese produttore di energia hai inevitabilmente la necessità di acquistarla dall’estero. Ma se devi scegliere, è preferibile farlo attraverso accordi con Paesi alleati, che possano generare esternalità positive anche su altri settori. La differenza sta qui: non è possibile risolvere le dipendenze nel breve termine, quindi è fondamentale costruire relazioni con partner che non utilizzino l’energia come leva geopolitica o come strumento di pressione internazionale. Pensavamo che consolidare accordi commerciali potesse distogliere alcuni attori da queste dinamiche, ma la cronaca ci ha dimostrato che non sempre è così."

Rischiamo di sostituire la dipendenza dal gas russo con quella dalle materie prime cinesi?

"Le rinnovabili si chiamano così perché le fonti sono rinnovabili all’infinito, ma non sono infinite le materie necessarie per raccogliere e distribuire quell’energia. Oggi la Cina gestisce una quota dominante della raffinazione e del commercio di molte materie critiche, e in passato ha già limitato le disponibilità sul mercato, con evidenti finalità geopolitiche. Ha potuto farlo grazie a strategie di lungo periodo. Detto questo, non possiamo rinunciare al contributo fondamentale delle rinnovabili in termini di sicurezza ed economicità. Per questo l’Europa deve investire seriamente in ricerca, innovazione, sostituzione dove possibile e riciclo delle materie critiche. Può essere una grande opportunità anche per l’Italia, viste le competenze industriali e tecnologiche di cui disponiamo."

La transizione creerà più posti di lavoro di quanti ne distruggerà, oppure stiamo sottovalutando l’impatto industriale?

"Oggi è difficile fare previsioni, perché molto dipende dagli scenari geopolitici e industriali, in continua evoluzione. L’obiettivo deve comunque essere mantenere un saldo occupazionale positivo. Per riuscirci bisogna lavorare fin da ora sulle competenze, aggiornando profondamente i modelli formativi. L’evoluzione corre veloce e noi non possiamo permetterci di restare indietro. Serve maggiore collaborazione con l’industria e un investimento deciso nell’orientamento verso le discipline STEM. Anche per questo, con WEC Italia, lavoriamo per creare spazi e opportunità per categorie che storicamente hanno avuto meno possibilità di esprimersi pienamente in questo settore: giovani e donne. Rinunciare al loro contributo significherebbe rinunciare al futuro competitivo del Paese."

Se dovesse indicare una priorità immediata per evitare una crisi sociale dell’energia, quale sarebbe?

"Oltre a lavorare sulla riduzione dei costi dell’energia, attraverso una vera Unione dell’Energia fondata su condivisione e investimenti comuni, è fondamentale intervenire sull’accettabilità sociale delle infrastrutture necessarie. Non è possibile delegare scelte strategiche, che incidono sulla stabilità del Paese, a dinamiche esclusivamente locali. La strada però non è “vincere” sul territorio, ma “convincere” il territorio, attraverso un dialogo sincero, trasparente e continuo, come avviene nei Paesi più industrializzati. Senza le persone infatti, la transizione energetica resta solo sulla carta, mentre il vero obiettivo è umanizzare la transizione."