C’è un tratto che attraversa l’azione economica del governo guidato da Giorgia Meloni e che merita di essere osservato con attenzione, al di là delle letture immediate.
Non riguarda tanto ciò che è stato fatto.
Riguarda, piuttosto, ciò che non è stato fatto.
Negli ultimi due anni, i principali dossier economici sono stati gestiti con una certa efficacia operativa:
- la finanza pubblica è stata mantenuta entro un perimetro di sostenibilità;
- la crisi energetica è stata assorbita senza effetti sistemici;
- l’occupazione ha registrato dati quantitativi positivi;
- il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è stato rimodulato per renderlo più aderente alla capacità di spesa.
Tutto questo è vero.
Ed è, in larga parte, anche corretto.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che la politica economica non si misura solo sulla gestione dell’esistente.
Si misura sulla capacità di intervenire dove l’intervento modifica gli equilibri.
Ed è qui che emerge una linea più profonda.
I grandi dossier strutturali restano sullo sfondo:
- la produttività stagnante del sistema economico;
- l’assenza di una politica industriale organica;
- il debito pubblico gestito ma non ridotto;
- la mancata ridefinizione del welfare in chiave demografica.
Non si tratta di dimenticanze.
Si tratta di scelte.
Intervenire su questi fronti significherebbe incidere su assetti consolidati, redistribuire risorse, ridefinire priorità.
In altre parole: aprire conflitti.
In questo senso, più che una politica dell’azione, si intravede una politica dell’astensione.
Non un’astensione passiva, ma selettiva:
si interviene dove è possibile consolidare il consenso,
si evita di intervenire dove il costo politico sarebbe elevato.
È una linea che produce stabilità.
E la stabilità, in un contesto segnato da vincoli finanziari e istituzionali stringenti, non è un risultato banale.
Ma ogni stabilità ha un prezzo.
Perché ciò che non viene trasformato tende a sedimentarsi:
- la bassa produttività diventa strutturale;
- i salari restano compressi;
- il sistema industriale perde progressivamente posizione;
- il welfare rinvia il proprio riequilibrio.
Il rischio non è l’errore.
Il rischio è la progressiva irrilevanza.
Un’economia che non ridefinisce sé stessa viene ridefinita da fattori esterni:
dalle dinamiche europee, dalle catene globali del valore, dalla tecnologia, dalla demografia.
In questo scenario, la non-decisione non è neutrale.
È una forma di adattamento.
Resta allora una domanda, che non è polemica ma strutturale:
quanto può durare una politica economica fondata sull’equilibrio,
in un contesto che richiede trasformazione?
Perché, prima o poi, ogni equilibrio si incrina.
E quando accade,
non lascia molto spazio all’astensione.