Un tesoro piccolo piccolo

Il tramonto del terzo polo bancario: tra veti politici e manovre finanziarie, vince l'asse Unipol-MPS. E i territori restano senza difesa

Un tesoro piccolo piccolo

Alla fine il capolavoro è riuscito.

Per mesi ci hanno spiegato che bisognava difendere i territori, preservare il pluralismo bancario, evitare concentrazioni eccessive, costruire un terzo polo capace di competere con i grandi gruppi nazionali.

Poi, come spesso accade in Italia, si è fatto esattamente il contrario.

La vicenda Banco BPM rappresenta probabilmente il caso più emblematico della politica economica italiana degli ultimi anni: nel tentativo di difendere una parte della Lombardia, si è finito per condannare Banco BPM a diventare una preda.

Il paradosso è che il progetto industriale più coerente era sotto gli occhi di tutti. Una fusione tra MPS e BPM avrebbe dato vita a un gruppo di dimensioni rilevanti, radicato nei territori, capace di competere con Intesa Sanpaolo e UniCredit senza alterare gli equilibri del sistema.

Non era necessariamente il progetto migliore per tutti gli azionisti. Ma era certamente quello che più si avvicinava all'idea di un vero terzo polo bancario.

Invece si è scelta un'altra strada.

Due soggetti privati, perseguendo legittimamente i propri interessi, hanno orientato il mercato verso altre destinazioni. Nulla di scandaloso: fanno il loro mestiere.

Più sorprendente è stata la politica.

Una politica che prima ha evocato il patriottismo economico, poi ha rivendicato la difesa dei territori, infine si è rifugiata nell'arte tutta italiana della mimesi: non scegliere, non decidere, non assumere una linea riconoscibile.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Da una parte si rafforza ulteriormente l'italianità di Intesa Sanpaolo, già dominatore del mercato nazionale.

Dall'altra prende forma un asse che ruota attorno a Monte dei Paschi e all'universo finanziario gravitante attorno a Unipol.

In mezzo scompare il terzo polo.

Scompare cioè proprio quell'elemento di concorrenza che avrebbe potuto garantire maggiore equilibrio tra Nord e Centro, tra territori e capitale finanziario, tra economia reale e grandi conglomerati.

Così, nel nome della difesa dei territori, si riduce il numero dei soggetti realmente in grado di rappresentarli.

È un vecchio vizio italiano.

Si parla di pluralismo e si produce concentrazione.

Si parla di autonomia e si costruiscono dipendenze.

Si parla di mercato e si consolidano oligopoli.

Alla fine il vero vincitore non è né il territorio né il risparmio diffuso.

Il vero vincitore è l'intesa.

Non quella scritta negli statuti.

Quella sostanziale.

L'intesa tra la grande finanza e ciò che resta della tradizione della sinistra bancaria.

Una convergenza che attraversa salotti, fondazioni, assicurazioni, reti relazionali e centri decisionali.

Una convergenza che negli anni ha cambiato nomi, protagonisti e bandiere ma che continua a perseguire lo stesso obiettivo: governare il sistema senza dichiarare apertamente di volerlo governare.

Ed è forse qui il punto più interessante.

Per mesi si è raccontata la favola della difesa dei territori.

Oggi quei territori rischiano di trovarsi meno rappresentati di prima.

Per anni ci hanno spiegato che il problema italiano erano le concentrazioni bancarie. Oggi, nel momento in cui poteva nascere un vero terzo polo, tutti coloro che predicavano il pluralismo si sono improvvisamente scoperti tifosi dell'esistente.

Alla fine il capolavoro è riuscito.

Banco BPM rischia di diventare una preda.

Il terzo polo non nasce.

La concorrenza si riduce.

I territori contano meno di prima.

Ma qualcuno potrà comunque stappare una bottiglia.

Perché, dopo anni di traversata nel deserto, la sinistra bancaria potrà finalmente affacciarsi alla finestra e gridare:

“Abbiamo una banca.”

E il governo?

Potrà continuare a raccontare di aver difeso i territori.

Come quei generali che, dopo aver perso la battaglia, rivendicano di aver salvato la bandiera.