Garlasco, Io non ci casco

Tra talk show, social e pseudo-inchieste, il caso Garlasco diventa un processo permanente che travolge verità e persone

Garlasco, Io non ci casco

Se c'è un evento di cronaca dal quale è necessario fuggire con determinazione sistematica, e che dovrebbe provocare repulsione è il delitto di Garlasco e i suoi sviluppi giudiziari che oramai durano da quasi venti anni. Perché tutto quello che gli gira intorno è un enorme circo mediatico giudiziario. Un buco nero di immagini, prove, rivelazioni, audio, testimonianze destinate a durare lo spazio di una giornata. Una voragine senza fondo di parole in libertà che inghiotte attraendolo per ipnosi chiunque vi si accosti. E' un Circo Barnum del quale siamo spettatori. E colpevoli. Anzi, sono colpevoli quelli che seguono gli aggiornamenti saltando da una trasmissione all'altra, da un podcast a una diretta Instagram sul tema.

Contenuti mediatici scritti e diretti (soprattutto quelli che girano sul web) spesso da eminenti sconosciuti che si autoproclamano giornalisti d'inchiesta che spesso concionano di "reato penale". Giocano con la vita delle persone come se fossero tessere del domino o figurine dei calciatori. Non è così che si fa giustizia, non è questa la giustizia. Spesso le tesi deliranti di questi soggetti vengono riprese da trasmissioni che dovrebbero avere nel loro dna il controllo delle fonti, anche da tg nazionali. Invece, pur di fare audience, si rincorre l'ultima fola. Sembra di assistere a un film della trilogia di Ritorno al futuro.

Ma i colpevoli anche se scagionati (o condannati) non riavranno mai indietro le loro vite. Sono stati macinati dal profluvio di interviste, domande, fotografie scattate da persone che li rincorrono con un telefono in mano quando sono in pausa pranzo. La corretta sequenza delle loro esistenze non verrà mai ripristinata. Ne usciranno, comunque vada, distrutti. Ogni bar è un'aula di tribunale, ogni telespettatore (giudicante!) crede di avere il potere di affibbiare una condanna o assolvere. Ogni tubo catodico, anzi schermo super piatto, oppure tablet o il vetro di uno smartphone ha davanti una persona che crede di essere un giudice. Una gigantesca aula di tribunale che ospita una legione di dannati che fanno poltiglia delle vite altrui. Sempio? No, scempio.