Sette anni dopo, Euphoria chiude il cerchio senza convincere

Il capitolo finale fatica a dare una conclusione all’altezza della serie che ha definito una generazione

Sette anni dopo, Euphoria chiude il cerchio senza convincere

Ci sono serie televisive che che rimangono nell’immaginario collettivo nonostante gli anni di attesa tra una stagione e l’altra: è il caso di Euphoria.
La serie tv statunitense ideata, scritta e diretta da Sam Levinson per HBO, ha debuttato il 16 giugno 2019 e si è conclusa il 31 maggio 2026, tre stagioni e ventisei episodi di sogno psichedelico.

L’opera di Levinson è stata descritta come degna erede di Skins, serie britannica nata nel 2007, si racconta di liceali che cercano loro stessi tra amori, amicizie, traumi e droghe, la serie che per le prime due stagioni ha avuto solo commenti positivi, come si può vedere su IMDb, ha deluso le aspettative nell’ultima stagione uscita nel 2026, a distanza di ben quattro anni dalla seconda.

Levinson porta sullo schermo non un esercizio di stile, ma immagini che sono quadri, resi perfetti dal lavoro del reparto fotografia, dagli attori, dal reparto trucco e dai costumisti, tanto da riuscire a trasmettere allo spettatore le sensazioni e le emozioni provate dai personaggi durante le inquadrature.

La serie riesce dopo anni di niente a raccontare una generazione a cavallo tra due mondi, dove l’eccesso ha risvolti negativi, dove si parla apertamente del rapporto col corpo e con gli altri, senza morale in maniera quasi cinica ma al contempo sincera.

Una serie diventata cult mentre veniva girata, che ha influenzato l’estetica di una generazione, ha però deluso le aspettative con l’ultima stagione.
Nessuno, se non forse gli inguaribili romantici, si aspettavano che la serie finisse con un bel e vissero tutti felici e contenti, una serie che tratta apertamente di spaccio di droga, il fentanyl in particolare, traffico di ragazze, overdose e sex worker ha difficilmente un lieto fine, ma nonostante questo i problemi sono stati proprio a livello narrativo. 

Dal subentro di Hans Zimmer dopo l’abbandono di Labirinth per le colonne sonore, ai dissapori nel cast, fino al dover elaborare una nuova sceneggiatura per la morte di Angus Cloud, è sembrato che la terza ed ultima stagione sia stata una macedonia di storie prese, aperte e chiuse in poco tempo, così da non riuscire a dare il meritato arco narrativo ed una degna conclusione ai vari personaggi, si è invece inciampati in un insieme di cliché e conclusioni dovute che, però, lasciano aperte molte domande e l’amaro in bocca.

Tre stagioni che in sette anni hanno accompagnato una generazione senza racconto, con eccessi e giusto cinismo, dove la morte è diretta conseguenza di un’overdose e la vendetta a volte porta alla disfatta personale, tre stagioni di cui certamente ricorderemo le performance incredibili e gli outfit da capogiro, tre stagioni che hanno insegnato che la vita non è mai giusta. È quella che scegli di vivere.