Vincenzo Maria Vita è una figura di lungo corso nel panorama politico e culturale italiano, con un’esperienza che attraversa istituzioni, informazione e politiche della comunicazione. Già parlamentare e sottosegretario alle Comunicazioni in diversi governi tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, ha affiancato all’attività politica un impegno costante nel dibattito sui media, collaborando con testate giornalistiche e realtà culturali. La sua attività si colloca al crocevia tra politica, informazione e trasformazioni del sistema audiovisivo. Di seguito l'intervista:
Professore lei nasce anagraficamente un anno prima dell'arrivo della televisione in bianco e nero nel nostro Paese, ora c'è la messaggistica istantanea nella quale siamo tutti affogati. Ha conosciuto il tazebao, i volantini, i ciclostili, i megafoni come momenti di lotta. Se volge lo sguardo all'indietro come si sente?
Non mi chiami professore. Ho avuto tra il 2002 e il 2007 un incarico a contratto all’Università di Sassari sulla teoria dei media. Ma l’accademia è un’altra cosa.
La domanda è interessante, perché non evoca sentimenti conservatori o nostalgici. La Storia prosegue e guai a guardarsi indietro in un’eterna retrotopia, per evocare il compianto Bauman.
Quello che -però- si può rimpiangere è il valore relazionale di quelle antiche forme di comunicazione. Erano analogiche, perché si muovevano in analogia con la materialità delle cose ed esigevano uno spessore dei e nei rapporti sociali che ora non vediamo. Il megafono costituiva un modellino perfetto di amplificazione della propria voce senza bisogno di casse o di congegni tecnologici. Il tazebao spesso rappresentava un esempio non banale di creatività. Insomma, era un’altra era mediale, ma tutt’altro che chiusa o limitata.
Sbirciando la sua biografia così come quella di tante altre persone della sua generazione si nota una corrispondenza tra militanza e la successiva carriera di studioso nel mondo della comunicazione. Senza il periodo della contestazione e il '78 con i suoi lati peggiori -ha scritto qualcuno- sarebbero venute a mancare le migliori idee nel campo della tv, della pubblicità e della comunicazione e della politica. Si ritrova in questa analisi a spanne?
Gli anni Settanta (connessi ai Sessanta) del secolo scorso sono stati quelli di maggiore vivacità culturale. Senza dubbio le espressioni comunicative non avrebbero raggiunto quei livelli tanto eccelsi quanto eccentrici in assenza di movimenti di rottura e di contestazione. La forza attrattiva dei processi di cambiamento si riverberava nelle attitudini della produzione e del lavoro culturali. Pur senza porsi in un qualche nesso meccanico (ricordate il dibattito marxiano su struttura e sovrastruttura?), certamente il campo mediale si lega da vicino ai processi politici.
L’esplosione dell’emittenza privata non fu -ad esempio- solo il frutto di un mutamento giurisprudenziale, bensì soprattutto l’esito del mutamento dei desideri del e nel consumo.
Il ’68 (più del ’77, già intriso di crisi e di sconfitta) condizionò moltissimo gli angoli di visuale di politica, cultura, media. Fu una stagione per molti versi irripetibile. Un prisma di segni e di rivoluzioni est-etiche.
Youtube si è pappata gli Studios. Il fatturato della pubblicità on line dei video di Google nel 2025 ha superato quella di tutto il cinema (anche quello delle piattaforme) più quello della tv generalista. Che ne pensa, lo scenario futuro cosa potrebbe mostrare?
Nell’epoca delle intelligenze artificiali il tempo è più veloce del pensiero. Il punto teorico e pratico è questo, mi pare: siamo in presenza dei mutamenti classici della Mediamorfosi e della Ri-mediazione (ovvero, il cambiamento senza la cancellazione delle fasi precedenti), o siamo entrati in un universo Altro? Non fermiamoci agli “effetti collaterali”, comunque da analizzare nei fatturati pubblicitari e negli share della fruizione, ma guardiamo la luna. Siamo in un passaggio formidabile: il Capitale delle piattaforme, con il controllo spasmodico dei dati personali e la sorveglianza coercitiva di massa, si coniuga a quello che Gianis Varoufakis ha chiamato “tecnofeudalesimo”. Trump, Musk, Thiel con Palantir e le Big Tech sembrano essere i padroni della terra.
Rammento una serata epica del Maurizio Costanzo Show, si discuteva della regolamentazione della pubblicità e delle telepromozioni. Un vulnus che nessuno è riuscito a ricucire, ma ha ancora un senso parlarne nel 2026 quando gli scenari sono diventati globali?
Allora, in piena ascesa della Fininvest e di Silvio Berlusconi, l’accumulazione avveniva con l’incetta della pubblicità, sia nella veste classica degli spot sia nella forma ibrida dei siparietti con le telepromozioni a cura di chi conduceva i programmi. Ora il contesto è cambiato, anche se non aver avuto la forza (e la volontà) di inserire nell’ordinamento norme stringenti antitrust e sul conflitto di interessi ha contribuito non poco a indebolire l’apparato italiano. Una stecca da cui l’Italia non si è mai davvero ripresa.
Ora lei è il presidente dell'AAMOD, l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. Conservare la memoria storica è ancora importante oppure quando ogni documento verrà digitalizzato, scannerizzato ridotto a mero file luoghi fisici come il vostro diverranno anacronistici? La mia è una provocazione, naturalmente...
Al contrario, il luogo fisico rende possibile formare e formarsi, unire la memoria al dibattito pubblico contemporaneo. Le intelligenze artificiali vanno addestrate e gli archivi sono oggi più di ieri soggetti indispensabili.
La domanda delle cento pistole: si è passati da "la gente" al "popolo dei social". Sembra che in un futuro non lontano la quantità di persone che scende in piazza tenderà verso lo zero...
Non credo che vi possa essere una contraddizione così fatale. In piena e rigogliosa cavalcata degli algoritmi, il rifiuto del genocidio di Gaza e il NO al referendum sulla magistratura hanno riempito le piazze. Anzi, la rete e le piazze sono in un certo senso facce complementari.