Chi ha letto la prima puntata potrebbe averla interpretata come un attacco frontale al governo in carica. Sarebbe una lettura comoda. E, soprattutto, sbagliata.
Non è questo il punto.
Il punto è un altro, più strutturale, più profondo: la forma che la politica italiana assume quando smette di decidere.
Quello che abbiamo descritto non è un giudizio su un esecutivo specifico. È la fotografia di un ciclo. Un ciclo che si è reso visibile subito dopo il referendum, quando – in pochi – avevamo indicato una via alternativa, radicale ma lineare:
dimettersi.
Andare al voto.
Oppure, se proprio necessario, esorcizzare un governo tecnico dichiarandolo per ciò che è e circoscrivendone la durata: fine legislatura, mandato chiaro, responsabilità definite.
Non è andata così.
Si è scelta una terza via, quella più tipicamente italiana: non decidere apertamente e lasciare che la soluzione emerga per stratificazione.
Oggi quella stratificazione è diventata visibile. Non più solo nei retroscena, ma nel chiacchiericcio sempre meno sommerso della politica e dei politologi.
Prende forma un’ipotesi che fino a poco tempo fa sarebbe stata considerata eccentrica, se non provocatoria:
un governo “Salis”, sostenuto da una convergenza trasversale che vede nel baricentro di Forza Italia – o, più precisamente, nei berluscones – l’elemento di stabilizzazione di un centro-sinistra moderato.
Un’operazione che, se letta senza infingimenti, presenta caratteristiche già viste.
Non è un governo politico nel senso classico.
Non è un governo tecnico nel senso dichiarato.
È qualcosa di diverso:
un governo tecnico mascherato da politico.
La storia recente offre precedenti. Non serve nemmeno scomodare archetipi lontani: basta ricordare il caso di Siena, dove dinamiche formalmente politiche hanno finito per coprire esigenze di stabilizzazione sistemica ben più profonde.
La logica è sempre la stessa:
- si costruisce una figura simbolicamente forte, ma funzionalmente neutra;
- si aggregano attorno ad essa forze che, in condizioni ordinarie, sarebbero alternative;
- si sposta il baricentro dalla rappresentanza alla gestione;
- si riduce il conflitto visibile per aumentare la capacità di tenuta.
Il risultato è un ibrido.
Un esecutivo che non nasce per attuare un programma, ma per tenere insieme un sistema.
Ed è qui che torna il senso della prima puntata.
“Fate prima” non era – e non è – un invito alla caduta di qualcuno.
È un invito a rendere esplicito ciò che già si sta formando.
Perché il rischio non è il cambio di governo.
Il rischio è la trasformazione silenziosa della forma di governo.
Quando la politica abdica alla decisione, il sistema si difende costruendo soluzioni di equilibrio. Ma queste soluzioni, per loro natura, tendono a sottrarsi al confronto democratico pieno. Si presentano come inevitabili. Tecniche. Necessarie.
E invece sono scelte.
Scelte che ridefiniscono gli assetti:
- tra maggioranza e opposizione;
- tra rappresentanza e amministrazione;
- tra politica e tecnocrazia.
Un “governo Salis” – al netto dei nomi, che in Italia contano meno delle funzioni – rappresenterebbe esattamente questo passaggio:
la normalizzazione del governo tecnico dentro una veste politica.
Non un’eccezione, ma un modello.
E allora la questione torna ad essere quella iniziale.
Se questa è la traiettoria, tanto vale dirlo.
Se questa è la soluzione, tanto vale formalizzarla.
Ancora una volta: fate prima.
Prima a chiarire la natura delle scelte.
Prima a restituire trasparenza al sistema.
Prima a evitare che le forme si svuotino lasciando intatte solo le funzioni.
Perché una democrazia può reggere anche governi tecnici.
Può reggere anche grandi coalizioni.
Fa più fatica a reggere
le finzioni prolungate.