Fate Prima (Seconda puntata)

La politica è tale quando decide. Il solo fattore della stabilità indebolisce la rappresentanza

Fate Prima (Seconda puntata)

Chi ha letto la prima puntata potrebbe averla interpretata come un attacco frontale al governo in carica. Sarebbe una lettura comoda. E, soprattutto, sbagliata.


Non è questo il punto.


Il punto è un altro, più strutturale, più profondo: la forma che la politica italiana assume quando smette di decidere.


Quello che abbiamo descritto non è un giudizio su un esecutivo specifico. È la fotografia di un ciclo. Un ciclo che si è reso visibile subito dopo il referendum, quando – in pochi – avevamo indicato una via alternativa, radicale ma lineare:

dimettersi.

Andare al voto.

Oppure, se proprio necessario, esorcizzare un governo tecnico dichiarandolo per ciò che è e circoscrivendone la durata: fine legislatura, mandato chiaro, responsabilità definite.


Non è andata così.


Si è scelta una terza via, quella più tipicamente italiana: non decidere apertamente e lasciare che la soluzione emerga per stratificazione.


Oggi quella stratificazione è diventata visibile. Non più solo nei retroscena, ma nel chiacchiericcio sempre meno sommerso della politica e dei politologi.


Prende forma un’ipotesi che fino a poco tempo fa sarebbe stata considerata eccentrica, se non provocatoria:

un governo “Salis”, sostenuto da una convergenza trasversale che vede nel baricentro di Forza Italia – o, più precisamente, nei berluscones – l’elemento di stabilizzazione di un centro-sinistra moderato.

Un’operazione che, se letta senza infingimenti, presenta caratteristiche già viste.


Non è un governo politico nel senso classico.

Non è un governo tecnico nel senso dichiarato.


È qualcosa di diverso:

un governo tecnico mascherato da politico.


La storia recente offre precedenti. Non serve nemmeno scomodare archetipi lontani: basta ricordare il caso di Siena, dove dinamiche formalmente politiche hanno finito per coprire esigenze di stabilizzazione sistemica ben più profonde.


La logica è sempre la stessa:


- si costruisce una figura simbolicamente forte, ma funzionalmente neutra;

- si aggregano attorno ad essa forze che, in condizioni ordinarie, sarebbero alternative;

- si sposta il baricentro dalla rappresentanza alla gestione;

- si riduce il conflitto visibile per aumentare la capacità di tenuta.


Il risultato è un ibrido.


Un esecutivo che non nasce per attuare un programma, ma per tenere insieme un sistema.


Ed è qui che torna il senso della prima puntata.


“Fate prima” non era – e non è – un invito alla caduta di qualcuno.

È un invito a rendere esplicito ciò che già si sta formando.


Perché il rischio non è il cambio di governo.


Il rischio è la trasformazione silenziosa della forma di governo.


Quando la politica abdica alla decisione, il sistema si difende costruendo soluzioni di equilibrio. Ma queste soluzioni, per loro natura, tendono a sottrarsi al confronto democratico pieno. Si presentano come inevitabili. Tecniche. Necessarie.


E invece sono scelte.


Scelte che ridefiniscono gli assetti:


- tra maggioranza e opposizione;

- tra rappresentanza e amministrazione;

- tra politica e tecnocrazia.


Un “governo Salis” – al netto dei nomi, che in Italia contano meno delle funzioni – rappresenterebbe esattamente questo passaggio:

la normalizzazione del governo tecnico dentro una veste politica.


Non un’eccezione, ma un modello.


E allora la questione torna ad essere quella iniziale.


Se questa è la traiettoria, tanto vale dirlo.

Se questa è la soluzione, tanto vale formalizzarla.


Ancora una volta: fate prima.


Prima a chiarire la natura delle scelte.

Prima a restituire trasparenza al sistema.

Prima a evitare che le forme si svuotino lasciando intatte solo le funzioni.


Perché una democrazia può reggere anche governi tecnici.

Può reggere anche grandi coalizioni.


Fa più fatica a reggere

le finzioni prolungate.