In un post pubblicato sui propri social, la premier ha denunciato la circolazione, negli ultimi giorni, di alcune fotografie manipolate che la ritrarrebbero in situazioni non reali. Le immagini, secondo quanto dichiarato, sarebbero state create con tecniche di generazione artificiale e diffuse online con l’intento di danneggiarne l’immagine pubblica. Nel messaggio, Meloni ha sottolineato come, pur riconoscendo ironicamente una certa “qualità” nella realizzazione di almeno uno dei contenuti, resti centrale la questione della disinformazione e dell’uso strumentale di tecnologie avanzate.
Il passaggio chiave del post riguarda proprio il rischio sistemico legato ai cosiddetti deepfake: contenuti audiovisivi alterati o interamente sintetici, capaci di simulare con elevato realismo volti, espressioni e contesti. La presidente del Consiglio ha evidenziato come tali strumenti possano “ingannare, manipolare e colpire chiunque”, ampliando il perimetro della vulnerabilità ben oltre la sfera politica o istituzionale.
Nel suo intervento, Meloni ha inoltre posto l’accento sulla disparità tra chi dispone di strumenti e visibilità per difendersi e chi, invece, può trovarsi esposto senza adeguate tutele. “Io posso difendermi. Molti altri no”, ha osservato, indicando implicitamente una criticità che riguarda cittadini comuni, categorie professionali e soggetti più fragili.
A chiusura del messaggio, la premier ha richiamato a una responsabilità condivisa nell’ecosistema digitale, sintetizzata in una raccomandazione: verificare l’autenticità dei contenuti prima di considerarli attendibili e, soprattutto, prima di condividerli. Un invito che si inserisce in un dibattito più ampio sulla necessità di rafforzare gli strumenti di verifica, alfabetizzazione mediatica e regolamentazione delle tecnologie emergenti.