Sono passati vent’anni e finalmente Runway ha riaperto le porte al grande pubblico. I protagonisti de Il diavolo veste Prada, Andy, Miranda, Emily e Nigel sono gli stessi ma i personaggi, naturalmente, hanno quattro lustri in più.
Il film è scandito dalla stessa colonna sonora del 2006 che ci fa tornare sognanti a pensarci giornaliste di fashion che indossano abiti di alta moda, i tempi narrativi sono riconoscibili, l’arrivo nel nuovo, vecchio ufficio, il makeover, i randez vous milanesi scanditi da passerelle e abiti mozzafiato ed una Andy che cerca di nuovo di dimostrarsi la migliore delle risorse da avere nel bouquet.
I personaggi hanno acquisito ed elaborato cambiamenti e consapevolezza; da Andy che è diventata un’affermata giornalista, a Nigel che sì, continua a fidarsi di Miranda, ma cerca di veicolare al meglio le decisioni, ad Emily che continua a cercare conferme da parte di Miranda e lei che sembra costretta ed incatenata.
Un mondo della moda mutato in maniera esponenziale, nel quale non può più permettersi di essere il diavolo di una volta, dove è costretta ad usare parole come body positivity e curvy invece di sciatta, moscia e con la pancia. Miranda si trova in un macrocosmo in cui il magazine cartaceo è diventato un lontano ricordo; i reel e i post virali la nuova quotidianità, la capacità di stare al passo coi tempi e quindi, l’autorevolezza, del comandante in capo, sembrano essere messi in dubbio.

I riferimenti alla prima opera sono ovunque, già nella seconda scena si possono scorgere due cinture identiche, è importante, poi, soffermarsi sulla scelta cromatica fatta per rappresentare i personaggi che riecheggia durante tutto il girato; bordeaux, beige e crema sono i colori caldi e sofisticati che descrivono la vecchia generazione mentre variazioni di ceruleo, fredde ed energiche incarnano Andy ed una nuova generazione di giornalisti e addetti ai lavori. Gli opposti che si scontrano e si incontrano, un antico potere che sembra vacillare ed una nuova leva che pare voler prendere tutto sotto il proprio controllo. C’è una nuova lettura di una storia che apparentemente è scontata, quella del giovane apprendista che rimpiazza il vecchio mentore; troviamo in questo sequel un’interpretazione che non sminuisce il lavoro fatto dai maestri ma che in realtà rende giustizia ad un saper fare e saper vedere che si crea con infinita esperienza ed allenamento.
Non mancano le gaffe, le risate e le frasi da ripetere come un mantra. Questa pellicola è la dimostrazione che non sempre fare un sequel significa aggrapparsi ad un glorioso passato che non riesce a mantenere lo standard dell’originale ma che se si aspetta il dovuto tempo si può creare qualcosa di nuovamente magico, sorprendente ed accattivante per uno sguardo giovane e diverso da quello del passato.

Un film paradigmatico che fa capire perché il primo fosse un capolavoro per la generazione del tempo e che sarà lo stesso per la nuova; un lungometraggio che continua a far capire quanto la moda abbia che fare sempre con tutto e tutti.
Iconico, divertente e senza calorie da carboidrati se visto in compagnia.