Un intervento di routine si è trasformato in un lungo e doloroso calvario durato sei anni, culminato con l’amputazione di una gamba. È la vicenda di un paziente 67enne sottoposto nel 2013 a un’operazione di protesi al ginocchio sinistro presso una clinica privata di Ravenna.
La notizia, riportata dal Corriere della Sera, ricostruisce un percorso clinico complesso e segnato da gravi criticità nella gestione post-operatoria. Secondo quanto emerso nel corso del procedimento civile, l’intervento iniziale sembrava essere riuscito senza complicazioni evidenti. Tuttavia, nei mesi successivi, il paziente ha iniziato a manifestare sintomi progressivamente più gravi: rigidità articolare, difficoltà nella flessione, dolore persistente e la comparsa di una tumefazione nella regione rotulea, accompagnata dalla fuoriuscita di materiale purulento. Segni clinici che, con il passare del tempo, hanno compromesso in modo significativo la capacità di deambulazione.
Nonostante l’evoluzione del quadro clinico, l’infezione alla base di tali sintomi non sarebbe stata diagnosticata tempestivamente. Questa mancata individuazione ha comportato il susseguirsi di diversi interventi chirurgici revisionali, protrattisi per anni, senza riuscire a risolvere definitivamente la condizione del paziente. L’ultimo intervento risale al settembre 2019.
La situazione è progressivamente degenerata fino a rendere necessaria una decisione drastica: l’amputazione dell’arto. Un esito che, secondo la perizia medico-legale disposta dal giudice, avrebbe potuto essere evitato con una diagnosi e un trattamento adeguati sin dalle prime manifestazioni dell’infezione.
Il consulente tecnico nominato nell’ambito del procedimento ha evidenziato come un corretto percorso terapeutico avrebbe verosimilmente impedito l’aggravarsi delle condizioni cliniche del paziente e, di conseguenza, l’esito invalidante finale. Il giudice ha ritenuto plausibile il nesso causale tra la gestione sanitaria e il danno subito.
Alla luce di tali valutazioni, è stato disposto un risarcimento pari a circa 650 mila euro a favore del paziente, a titolo di danno biologico e morale.