Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti(CPJ)ha affermato che il mancato accesso tempestivo ai soccorsi medici per una giornalista libanese ferita potrebbe configurarsi come un potenziale crimine di guerra. La notizia, riportata dall’emittente Al Mayadeen, riguarda il caso della reporter Amal Khalil, rimasta ferita durante recenti operazioni militari attribuite alle forze israeliane.
Secondo quanto dichiarato dal CEO del CPJ, Jodie Ginsberg, il ritardo o il diniego nell’autorizzare l’accesso dei soccorritori alla giornalista ferita solleva interrogativi significativi sul rispetto del diritto internazionale umanitario. Ginsberg ha sottolineato che i giornalisti sono considerati civili e, in quanto tali, godono di protezione specifica nei contesti di conflitto armato. Ha inoltre evidenziato come episodi analoghi si siano verificati in passato, suggerendo un possibile schema di comportamento.
Nel commentare la vicenda, la direttrice regionale del CPJ, Sara Qudah, ha richiamato l’attenzione sulla mancanza di responsabilità in altri teatri di crisi, in particolare nella Striscia di Gaza. Secondo Qudah, l’assenza di conseguenze per precedenti uccisioni e ferimenti di giornalisti avrebbe contribuito a creare un contesto in cui il rispetto delle norme internazionali risulta indebolito.
Il CPJ ha ribadito che l’accesso immediato alle cure mediche per i feriti, inclusi i giornalisti, è un obbligo sancito dal diritto internazionale umanitario. L’organizzazione ha quindi sollecitato la comunità internazionale a monitorare con attenzione il caso e a garantire che eventuali violazioni siano oggetto di indagini indipendenti.