La storica svolta del Giappone che annuncia l’allentamento delle norme decennali norme sull'esportazione di armi ha immediatamente fatto registrare una durissima reazione della Cina contro ciò che ha definito una "militarizzazione sconsiderata".
La riforma, ha detto il portavoce del governo, Minoru Kihara, pone fine al divieto di vendita di armi letali in vigore dagli anni '70. L’obiettivo, ha proseguito, è quello consentire al Giappone di avere un ruolo di primo piano nel mercato internazionale della difesa, considerato un importante volano di crescita nel momento in cui gli alleati degli Usa “sono chiamati a una maggiore autonomia”.
"Queste decisioni – ha proseguito il portavoce - sono state prese in un momento in cui i cambiamenti nel contesto di sicurezza che circonda il nostro Paese si stanno verificando a un ritmo accelerato e servono a garantire la sicurezza del Giappone” soprattutto alla luce di fatti che "oggi, nessuna Nazione può salvaguardare la propria pace e sicurezza da sola". La premier Sanae Takaichi ha dichiarato su X che "con questa modifica, in linea di principio, sarà possibile il trasferimento di tutte le attrezzature per la difesa".
La dichiarazione ha fatto registrare reazioni contrastanti nell’opinione pubblica giapponese che si è trovata divisa tra chi vuole una Nazione in grado di gestire la propria sicurezza a sola, e non soltanto dipendendo dagli USA, per arginare Pechino e Pyongyang e chi resta fedele alla vocazione pacifista imposta dagli americani dopo la disfatta bellica. Le critiche maggiori arrivano da chi accusa la Takaichi di aver imboccato una svolta bellicista, annunciando manifestazioni di protesta in tutto il Paese.
Secondo un sondaggio di Nhk, soltanto il trentadue percento della popolazione nipponica appoggia con convinzione la decisione del Governo. Da parte sua la premier giapponese ha garantito che le esportazioni "saranno limitate ai paesi che si impegnano a utilizzare le attrezzature in modo coerente con la Carta delle Nazioni Unite".
Il timore del Governo cinese è che con una eventuale annessione forzata di Taiwan, Taipei potrebbe contare sul sostegno di un Giappone che, poco dopo l'elezione di Takaichi, aveva aperto a un possibile intervento a sostegno dell'isola che Pechino non ha tutte le intenzioni di farne sua proprietà.