Fate Prima

Il traguardo della longevità non basta: senza scelte e visione, la stabilità si traduce in paralisi e occasioni perdute

Fate Prima

C’è una data che incombe, più simbolica che politica ma proprio per questo rivelatrice: il 22 agosto. Il giorno in cui l’attuale esecutivo può segnare il record di durata nella storia della Repubblica. Un primato che, in condizioni normali, sarebbe la certificazione di stabilità. Oggi rischia di essere, invece, la misura dell’inerzia.

Perché il punto non è quanto un governo duri. Il punto è cosa produce mentre dura.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una progressiva torsione: dai grandi annunci sulla trasformazione strutturale del Paese a una gestione sempre più difensiva, episodica, frammentata. Sui dossier economici – quelli veri, quelli che determinano crescita, produttività, capacità industriale – si è affermata una linea implicita ma chiarissima: astensione strategica.


Non decisione.

Non indirizzo.

Non riforma.

Astensione.

Una postura che ha finito per lasciare campo libero a dinamiche spontanee – spesso guidate da attori privati o da vincoli esterni – senza una regia pubblica coerente. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque abbia dimestichezza con i numeri e con i processi: nessuna vera politica industriale, nessuna architettura finanziaria nuova, nessuna riforma sistemica della spesa.

Solo gestione.


E allora, se il problema è il record, diamoglielo subito.

Ad honorem.

Senza aspettare il 22 agosto.

Prendiamoci il simbolo e liberiamo il tempo.

Perché è il tempo, oggi, la risorsa scarsa. Non la legittimazione politica, non la tenuta parlamentare: il tempo per affrontare quella che non è più una fase ciclica, ma una vera e propria economia di ricostruzione.


Ricostruzione di cosa?


- della base produttiva, compressa tra costo del capitale e stagnazione della domanda;

- della finanza pubblica, ormai interamente incardinata su vincoli europei e margini ridotti;

- della funzione redistributiva, che non può più essere sostenuta solo dal bilancio statale;

- del rapporto tra istituzioni e corpi intermedi, sempre più svuotato di contenuto operativo.


In questo quadro, l’astensione non è neutra.

È una scelta.

Ed è una scelta che costa.

Costa in termini di crescita mancata.

Costa in termini di posizionamento internazionale.

Costa, soprattutto, in termini di opportunità perdute.


Certo, c’è anche un dividendo, se vogliamo usare il linguaggio economico: con meno iniziativa normativa, ci si risparmia qualche decreto sicurezza, qualche nuova fattispecie penale, qualche irrigidimento regolatorio. Ma è un risparmio apparente, quasi contabile, che non compensa la perdita di direzione.


Perché un Paese non si governa per sottrazione.


Si governa scegliendo.


E oggi la scelta non è tra stabilità e instabilità.

È tra immobilismo e ricostruzione.


Se la linea resta quella dell’astensione, allora tanto vale prenderne atto fino in fondo. Formalizzarla. Dichiararla. E trarne le conseguenze politiche.


“Fate prima”, appunto.


Prima a riconoscere che il ciclo si è esaurito.

Prima a restituire al sistema la possibilità di ridefinire una direzione.

Prima a evitare che il record diventi un alibi.


Perché i record, in politica, hanno senso solo se coincidono con una traiettoria.

Altrimenti restano numeri.


E i numeri, quando non raccontano crescita, raccontano solo tempo che passa.